martedì 31 agosto 2010

Agosto mese di vacanze

Agosto mese di vacanze, ma non per la politica. Il mese delle leggi passate all’ultimo secondo senza che gli italiani ne sappiano qualcosa. Questo agosto del 2010 è stato caratterizzato invece da un turbinio di notizie sulla politica. Una minacciata crisi di governo, con un batti e risposta tra i due leader della maggioranza governativa, con l’inserimento di un terzo protagonista che si fa corteggiare per poter entrare in una compagine di governo di cui non fa parte. Incontri, discussioni, dichiarazioni alla stampa sulla crisi che si cerca di superare con la minaccia di tornare alle urne nel caso non si trovi l’accordo.
I nodi da sciogliere sono solo 5 che sembrano insuperabili per i litiganti, nodi che servono a salvare il paese dalla recessione e farlo tornare a prima della crisi. Se non c’è accordo di programma la colpa sarà degli ertetici che faranno sprofondare il paese in una crisi più nera.
Ma quali sono questi punti?

1. federalismo fiscale;
2. fisco;
3. il mezzogiorno;
4. riforma della giustizia ;
5. sicurezza e lotta all’immigrazione clandestina.

Non sono sicuramente un commentatore politico, mi piace la politica e la seguo cercando di capirla. Ma questi non mi sembrano gli strumenti per fare rinascere una nazione dalla crisi. In un paese dove la Cassa Integrazione è divenuto il maggior sussidio per le famiglie, dove il numero di disoccupati aumenta raggiungendo cifre che non si vedevano da anni, senza considerare il numero delle persone che hanno smesso di cercare lavoro e non rientrano dalle statistiche. Vedere il taglio delle risorse ai comuni, provincie e regioni che inevitabilmente ricadrano sui cittadini con aumenti per poter usufruire di servizi che finora erano gratuiti o con prezzi contenuti.
Vedere il mondo del lavoro sempre più ricattato dalle imprese, che con la scusa della modernità, cancellano di fatto i diritti dei lavoratori (Melfi insegna), che per poter lavorare rinunciano a tutele conquistate con il sangue delle generazioni precedenti.
Mi sembrano emergenze molto diverse da quelle proposte dal governo, sembra che si parli di due nazioni diverse di due mondi paralleli due Italie completamente diverse, una quella del Palazzo l’altra quella dei cittadini.
Una nazione, la prima, completamente presa da se stessa, che si è creata un suo mondo dal quale continua quotidianamente a lanciare proclami come una volta i signorotti feudali facevano. Nascondendosi dietro alla falsa verità di essere stati votati dalla maggioranza degli italiani. L’altra alle prese con problemi concreti e reali, quali il sopravvivere e riuscire ad arrivare al prossimo stipendio o al prossimo assegno dell’INPS.
A Bergamo nei giorni scorsi è scoppiata una rivolta per accedere allo stadio senza la tessera del tifoso, carta che limita l’ingresso alle strutture ai tifosi più esasperati. Ma quando scoppierà una rivolta per difendere i diritti sanciti dalla nostra Costituzione e per ridare dignità ai cittadini?
Possibile che non si rendano conto, le forze d’opposizione tutte, che senza una reale unità d’intenti
Democratica per realizzare il dettato costituzionale a partire dall’ART.1, lo scivolamento dentro al pantano fascista diventa ogni giorno più profondo? La Resistenza non insegna proprio nulla? La colpa non è solo di Berlusconi e del berlusconismo, ma come diceva Josè Martì alla lunga diventa anche di coloro che per ignavia o convenienza tollerano senza opporsi realmente alle ingiustizie!

domenica 29 agosto 2010

Matteotti, la politica al servizio dei più deboli

di Sergio Luzzatto, Il Sole 24 Ore

Dimentichiamoci la sua morte: massacrato di botte da quattro o cinque energumeni in un pomeriggio romano del giugno 1924, colpito da una pugnalata al cuore, trasportato cadavere in una boscaglia lungo la via Flaminia, occultato alla benemeglio sotto pochi centimetri di terra, fatto ritrovare un paio di mesi più tardi. Così pure, dimentichiamoci la sua esistenza d’oltretomba: il culto quasi religioso che un’Italia soggiogata e impaurita, ma non domata, scelse di votargli per vent’anni dopo il delitto, nell’interminabile attesa di una rivincita.

Dimentichiamo tutto questo, e pensiamo alla vita di Giacomo Matteotti. Guardiamo all’uomo, non al martire. E domandiamoci se non ci sarebbe gran bisogno - qui e adesso - di un politico come lui. Della sua idea di militanza come servizio dell’interesse pubblico anziché del vantaggio privato. Della sua pratica di un riformismo concreto, attuoso, costruito sui fatti anziché sulle parole. Del suo carisma personale, tanto evidente quanto poco sbandierato. E anche (come no?) della sua scommessa sul futuro della socialdemocrazia: della sua battaglia per un mondo più giusto perché meno diseguale.
Nell’Italia di oggi, il nome di Giacomo Matteotti vive soltanto nella toponomastica: viale Matteotti, corso Matteotti, largo Matteotti, piazza Matteotti, non c’è quasi città italiana dove non si sia voluto rendere omaggio - subito dopo la Liberazione - alla figura del martire antifascista.

Ma se non fosse per questo, cioè per la sopravvivenza che gli viene garantita dai postini, dai navigatori satellitari e da Google Maps, Matteotti sarebbe scomparso dalla nostra vita pubblica e privata. Come don Abbondio di Carneade, potremmo dire di Matteotti: chi era costui? Non se ne sono ricordati neppure i fondatori del Partito democratico, quando hanno discusso (o hanno fatto finta di discutere) chi più meritasse di far parte del loro "pantheon".

Eppure, una volta ripulita dallo smog delle strade e dalla polvere della storia, la figura di Matteotti sembrerebbe fatta apposta per servire all’Italia del 2010: ogni singolo ingrediente dell’esperienza politica di quest’uomo ci tornerebbe assai utile. A cominciare dal famoso «radicamento sul territorio» di cui oggi tanto si parla o si straparla, e che Matteotti interpretò in modo esemplare dapprima quale amministratore locale di vari comuni del Polesine, poi quale deputato di Rovigo al parlamento nazionale.

Il suo fu radicamento economico e sociale, nella misura in cui - rampollo di una famiglia della borghesia agraria - doveva quotidianamente misurarsi con la miseria dei braccianti del delta del Po. Fu anche radicamento intellettuale e morale, nella misura in cui lo studente di legge nella vicina Bologna ritornava appena possibile nella sua Fratta Polesine per studiarne, in biblioteca e in parrocchia, la storia locale. O per rifarsi gli occhi con le meraviglie artistiche del luogo: le tele di Tintoretto e di Tiepolo, la villa Badoer di Palladio.

Da amministratore di Fratta e di altri comuni della provincia di Rovigo, tra il 1912 e il 1920, Matteotti si fece soprattutto la fama dello spulciatore di bilanci: quanti sindaci e segretari comunali se lo sognavano di notte… Il suo primo criterio d’intervento era fondato sulla compatibilità necessaria fra i preventivi di spesa e le risorse finanziarie del municipio. Niente debiti per i comuni: se non c’erano soldi in cassa, si rinunciava alla spesa. Il secondo criterio riguardava non le uscite ma le entrate. Se per le opere pubbliche mancavano i soldi, bisognava aumentare l’imposizione locale.

I contratti per i grandi lavori pubblici andavano scrutinati con la lente d’ingrandimento: nelle stipule con le imprese private, gli amministratori locali di un secolo fa non erano necessariamente più onesti degli amministratori d’oggidì. Bersaglio fisso di Matteotti anche le delibere d’urgenza delle giunte comunali: un’altra fonte di abusi per cent’anni ancora della storia d’Italia.
Al tempo nostro - il tempo della "casta" - l’immagine del brillante giurista trentenne chino sulle carte di minuscoli comuni rodigini (oltre a Fratta, Villamarzana, Villanova del Ghebbo, Fiesso Umbertiano, Frassinelle Polesine) per verificare che non un soldo pubblico facesse una brutta fine, quell’immagine rischia di apparire tanto strana da riuscire surreale. Ma questo era Matteotti, e anche perciò si può avvertire, oggi, un tanto acuto bisogno di lui.

Ci manca come il pane la sua interpretazione della militanza politica quale etica del lavoro e della conoscenza: la medesima forma di militanza che proseguì a Roma, deputato socialista, dal 1919 al ‘24. «Passava ore e ore - ricorderà un compagno di partito - nella biblioteca della Camera a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose».

Fondato sulle cose: e la cosa che più turbava Matteotti era la diseguaglianza sociale. Di suo, era molto ricco: aveva ereditato dal padre oltre 150 ettari di terra, gli avversari - da destra o da sinistra - lo irridevano come il «socialista milionario». Più che dei profitti dei suoi terreni, Matteotti si preoccupava dei diseredati del Polesine, analfabeti al 60-70 per cento.
Da deputato, le sue battaglie per maggiori finanziamenti alla pubblica istruzione (edilizia scolastica, biblioteche popolari, corsi serali per adulti) fecero tutt’uno con le sue accuse contro gli insegnanti meno scrupolosi, quelli che un ministro veneto di oggi chiamerebbe i "fannulloni".

Del resto, nel 1920, quando un ministro della Pubblica istruzione chiamato Benedetto Croce gli parve discutere dei problemi della scuola restando sempre sul vago, senza padroneggiare i dossier, dallo scranno di Montecitorio Matteotti non fece sconti neppure a lui: «Voi state speculando filosoficamente sulle nuvole. Qui non si viene con i libri di estetica, ma con dei programmi pratici e questi si ha il dovere di assolvere».

Alla sua maniera, il socialista Matteotti era un liberale. Dopo l’avvento al potere di Mussolini, nel 1922, gli capitò di rimproverare al governo certi interventi di sostegno statale all’economia privata, come pure certe misure protezionistiche in materia di dazi doganali. Con Filippo Turati, Matteotti lasciò il Psi e fondò il Psu (Partito socialista unitario) quando si convinse che il filo-sovietismo dei massimalisti avrebbe consegnato l’Italia alle destre, mentre serviva un riformismo socialdemocratico. A quel punto, era comunque troppo tardi. L’ex socialista Mussolini aveva ormai in mano il governo del paese, e non l’avrebbe più mollato per vent’anni, a prezzo di infinite sciagure.
Il radicamento di Matteotti sul territorio del suo Polesine contribuì a rendergli chiara la natura di classe del fenomeno fascista: l’alleanza dei ceti medi con gli agrari, contro i diritti acquisiti dal bracciantato in decenni di sacrifici e di lotte. Dopodiché, a quest’uomo delle istituzioni non restò che battersi puntigliosamente, coraggiosamente, disperatamente, per tutelare le ultime vestigia del santuario democratico.
Dal 1923 al ‘24, l’emiciclo di Montecitorio risuonò delle sue denunce contro il ricorso sistematico del governo Mussolini allo strumento dei decreti-legge; contro la tentazione mussoliniana di limitare la libertà di stampa dei giornali antifascisti; contro i numeri truccati della propaganda governativa riguardo alla situazione economica.
Il 10 giugno 1924, Matteotti fu ucciso per volontà di Mussolini (o per suo ordine) anche perché si preparava a denunciare un affare di corruzione: una sporca connection ai vertici del potere, concessioni petrolifere all’impresa americana Sinclair Oil in cambio di tangenti a una "cricca" vicinissima al duce e ai massimi dirigenti del Partito nazionale fascista.
Sicari al soldo di Mussolini ebbero paura che le rivelazioni di Matteotti sulla "convenzione Sinclair" suscitassero un tale scandalo nel paese da provocare la caduta del governo, e assassinarono il deputato socialista alla vigilia del giorno in cui ne avrebbe parlato alla Camera.
Nell’Italia del 2010, possiamo stare sicuri che un uomo come Giacomo Matteotti si meriterebbe l’appellativo - parlandone da vivo - di «giustizialista». È infatti questa la parola con cui si suole oggi definire chi ancora crede che la magistratura debba esercitare sino in fondo il suo ruolo di ordine indipendente: perseguendo senza fallo le violazioni del codice penale, quand’anche vengano compiute dalle massime cariche dello stato.
Ma è proprio in nome di un’idea nobile, alta, severa della giustizia, che alcuni di noi possono tanto più rimpiangere l’assenza, qui e adesso, di un nuovo Matteotti.

LA VITA
Giacomo Matteotti nasce a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, nel 1885. Dopo la militanza nella gioventù socialista, nel 1904 prende la tessera del partito. Dottore in giurisprudenza a Bologna, ricopre il primo incarico politico nel 1910 come consigliere provinciale di Rovigo, per la sezione di Occhiobello. Sindaco di Villamarzana nel 1912 e di Boara Polesine nel 1914, guida l’opposizione socialista e diventa segretario di partito nel 1916. Per il suo impegno antibellicista durante la Grande guerra, viene condannato a 30 giorni di reclusione. Eletto in parlamento nel 1919, prende parte alla commissione Finanza e tesoro della Camera. Critico intransigente del fenomeno fascista, denuncia la violenza squadrista nella famosa Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia durante la campagna elettorale del ‘21. Con la scissione della corrente riformista, diviene segretario del nuovo Psu. Nel ‘24 in parlamento denuncia i brogli elettorali e il clima di illegalità. Il 10 giugno dello stesso anno viene rapito e ucciso da sicari fascisti. Il suo corpo viene trovato il 16 agosto successivo in un bosco nel comune di Riano nei dintorni di Roma. Due sono i libri da lui pubblicati a Londra nel 1924 per denunciare le pericolosità del regime: Machiavelli, Mussolini and fascism (English Life, 1924) e The fascisti exposed; a year of fascist domination (ristampato da H. Fertig, 1969).

LA SUA MORTE
Il rapimento e successivo assassinio di Matteotti presentano ancora numerosi lati oscuri. L’opinione pubblica attribuì la responsabilità a Mussolini, che in un noto discorso tenuto alla Camera il 3 gennaio 1925 respinse l’accusa (pur affermando: «Io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto»). Rimase famosa una vignetta del giornale satirico Il becco giallo, nella quale il Duce siede sulla bara di Matteotti. Diverse sono le pubblicazioni che tentano di ricostruire la vicenda, da Matteotti: una vita per il socialismo di Antonio Casanova (Milano, Bompiani, 1971) a Il delitto Matteotti di Mauro Canali (Il Mulino, Bologna, 2004). Con lo stesso titolo nel 1956 esce il film diretto da Nelo Risi, ripreso nel ‘73 anche da Florestano Vancini.

LA MEMORIA
Con la legge n. 255 del 2004, a 80 anni dalla sua morte, il parlamento ha finanziato il restauro della casa natale a Fratta Polesine, spazio espositivo permanente con gli arredi originali. Presso la presidenza del Consiglio è stato istituito un premio annuale intitolato a Giacomo Matteotti. Il centro espositivo Sandro Pertini custodisce l’archivio storico: il fondo raccoglie un insieme di carte rimaste a Fratta Polesine, la documentazione, i cimeli e un’ampia rassegna stampa.

www.pertini.it
www.fondazionematteottiroma.org

(27 agosto 2010)

sabato 28 agosto 2010

Agosto, 1980

30 anni sono passati dalla Strage di Bologna. 15 anni dalla sentenza definitiva dove riconosceva come esecutori Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti. Francesca Mambro da alcuni anni gode della libertà condizionale ottenuta dal Tribunale di sorveglianza di Roma. Giuseppe Valerio Fioravanti dal mese di aprile 2009, dopo un periodo di semilibertà, diviene un uomo libero la cui pena è considerata estinta.
Per non dimenticare pubblichiamo i curriculum dei due terroristi.


Curricula Criminali di Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti

Gli episodi criminosi più eclatanti


28 febbraio 1978. In piazza Don Bosco, a Roma, Fioravanti ed altri notano due ragazzi seduti su una panchina che dall’aspetto (capelli lunghi e giornali) identificano come appartenenti alla sinistra. Fioravanti scende dall’auto, si dirige verso il gruppetto e fa fuoco: Roberto Scialabba, 24 anni, cade a terra ferito e Fioravanti lo finisce con un colpo alla testa. Poi, si gira verso una ragazza che sta fuggendo urlando e le spara senza colpirla.

9 gennaio 1979. Fioravanti ed altre tre persone assaltano la sede romana di Radio città futura dove è in corso una trasmissione gestita da un gruppo femminista. I terroristi, dal volto travisato, fanno stendere le donne presenti sul pavimento e danno fuoco ai locali. L’incendio divampa e le impiegate, terrorizzate, tentano di fuggire. Sono raggiunte da colpi di mitra e pistola. Quattro rimangono ferite, di cui due gravemente.

7 marzo 1979. Per «festeggiare» l’8 marzo, un gruppetto di neofasciste, tra cui Mambro, piazzano una rudimentale bomba davanti alle finestre del Circolo culturale femminista nel quartiere Prati, a Roma. A pochi metri di distanza, Fioravanti ed altri sono lì, armati, pronti ad intervenire.

16 giugno 1979. Fioravanti guida l’assalto alla sezione comunista dell’Esquilino, a Roma. All’interno si stanno svolgendo due assemblee congiunte: di quartiere e dei ferrovieri. Sono presenti più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano Srcm, poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti, per puro caso non ci sono morti. Dario Pedretti, componente del Commando, verrà redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario «non c’era scappato il morto». Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all’azione, e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre negato questo suo pesante precedente stragista.

17 dicembre 1979. Fioravanti assieme ad altri vuole uccidere l’avvocato Giorgio Arcangeli, ritenuto responsabile della cattura di Pierluigi Concutelli, leader carismatico dell’eversione neofascista. Fioravanti non ha mai visto la vittima designata, ne conosce solo una sommaria descrizione. L’agguato viene teso sotto lo studio dell’avvocato, ma a perdere la vita è un inconsapevole geometra di 24 anni, Antonio Leandri, vittima di uno scambio di persona e colpevole di essersi voltato al grido "avvocato!" lanciato da Fioravanti.

6 febbraio 1980. Fioravanti uccide il poliziotto Maurizio Arnesano che ha solo 19 anni. Scopo dell’omicidio, impadronirsi del suo mitra M.12. Al sostituto procuratore di Roma, il 13 aprile 1981, Cristiano Fioravanti -fratello di Valerio- dichiarerà: «La mattina dell’omicidio Arnesano, Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra; io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: "gratuitamente"; fece un sorriso ed io capii».

30 marzo 1980. Un commando di terroristi assalta il distretto militare di via Cesarotti a Padova. Un sergente viene ferito e vengono rubati 4 mitragliatori M.C, 5 fucili a ripetizione, pistole e proiettili. Sul muro della caserma, prima di andarsene, Mambro firma la rapina con la sigla BR per depistare le indagini.

23 giugno 1980. Fioravanti, Mambro e Cavallini uccidono a Roma il sostituto procuratore Mario Amato. Il magistrato, 36 anni, è appena uscito di casa; da due anni conduce le principali inchiesta sui movimenti eversivi di destra. Ha ereditato i fascicoli d’indagine dal giudice Vittorio Occorsio. Poco prima di essere assassinato aveva chiesto l’uso di un auto blindata. Gli fu negato. All’indomani dell’omicidio, i Nar telefonano ad un quotidiano e fanno ritrovare un volantino di rivendicazione che dice: «Oggi 23 giugno 1980 alle ore 8:05, abbiamo eseguito la sentenza di morte emanata contro il sostituto procuratore Mario Amato, per le cui mani passavano tutti i processi a carico dei camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo. Altri, ancora, pagheranno». Amato aveva annunciato che le sue indagini lo stavano portando «alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori degli atti criminosi».

9 settembre 1980. Mambro e Fioravanti con Soderini, Vale e Cristiano Fioravanti, uccidono Francesco Mangiameli, dirigente di Terza Posizione in Sicilia e testimone scomodo in merito alla strage di Bologna (link all'omicidio Mangiameli).

5 febbraio 1981. Mambro e Fioravanti tendono un agguato a due carabinieri: Enea Codotto, 25 anni e Luigi Maronese, 23 anni. Dagli atti del processo è emerso che durante l’imboscata Fioravanti ha fatto finta di arrendersi. Poi ha gridato alla Mambro, nascosta dietro un’auto, «Spara, spara!».

31 luglio 1981. Nell’ambito di un regolamento di conti all’interno della destra eversiva viene ucciso Giuseppe De Luca. All’omicidio partecipa Mambro.

30 settembre 1981. Viene ucciso il ventitreenne Marco Pizzari, estremista di destra e intimo amico di Luigi Ciavardini, poiché ritenuto un "infame delatore". Del commando omicida fa parte Mambro.

21 ottobre 1981. Alcuni Nar, tra cui Mambro, tendono un agguato, a Roma, al capitano della Digos Francesco Straullu e all’agente Ciriaco Di Roma. I due vengono massacrati. L’efferatezza del crimine è racchiusa nelle parole del medico legale: «La morte di Straullu è stata causata dallo sfracellamento del capo e del massiccio facciale con spappolamento dell’encefalo; quello di Di Roma per la ferita a carico del capo con frattura del cranio e lesioni al cervello». Il capitano Straullu, 26 anni, aveva lavorato con grande impegno per smascherare i soldati dell’eversione nera. Nel 1981 ne aveva fatti arrestare 56. La mattina dell’agguato non aveva la solita auto blindata, in riparazione da due giorni.

5 marzo1982. Durante una rapina a Roma, Mambro uccide Alessandro Caravillani, 17 anni. Il ragazzo stava recandosi a scuola e passava di lì per caso. La sua morte suscita scalpore anche perché il giovane viene colpito alla testa con un colpo di pistola sparatogli a bruciapelo.

Curriculum completo e condanne di Francesca Mambro

07-03-1979: violazione della normativa sulle armi; munizioni, aggressivi chimici e congegni micidiali

15-03-1979: rapina; violazione delle norme sul controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi; detenzione illegale di armi e munizioni; ricettazione.

1980: rapina.

30-03-1980: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni; porto illegale di armi; lesione personale; ricettazione..

23-05-1980: furto.

28-05-1980: attentato per finalità terroristiche o di eversione; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi; rapina; tentata rapina; porto illegale di armi; omicidio.

17-06-1980: detenzione illegale di armi e munizioni.

23-06-1980: omicidio.

16-07-1980: rapina; danneggiamento; detenzione illegale di armi e munizioni; furto; occultamento di atti veri; ricettazione.

02-08-1980: strage; omicidio; lesione personale; attentato a impianti di pubblica utilità; partecipazione a banda armata.

05-08-1980: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni.

09-09-1980: omicidio; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi; porto illegale di armi

10-09-1980: contraffazione delle impronte di una pubblica autenticazione.

20-09-1980: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni.

21-09-1980: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni.

22-09-1980: attentato per finalità terroristiche o di eversione; lesione personale; occultamento di atti veri; ricettazione; rapina; porto illegale di armi.

23-09-1980: furto continuato.

19-10-1980: ricettazione.

29-10-1980: falsità materiale commessa dal privato in autorizzazioni amministrative; violenza privata continuata.

02-11-1980: ricettazione.

13-11-1980: rapina; resistenza a un pubblica ufficiale; porto illegale di armi; ricettazione; detenzione illegale di armi e munizioni; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.

26-11-1980: violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi; detenzione illegale di armi e munizioni.

19-12-1980: rapina; sequestro di persona; violazione di domicilio; violazione delle disposizioni sul controllo delle armi; ricettazione.

05-02-1981: omicidio; detenzione illegale di armi e munizioni; porto illegale di armi; furto; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi; associazione per delinquere; falsità materiale commessa dal privato in certificati.

28-02-1981: furto.

06-03-1981: furto.

18-04-1981: associazione sovversiva; partecipazione a banda armata; violazione della normativa sulle armi, munizioni, aggressivi chimici e congegni micidiali.

maggio 1981: falsità materiale; occultamento di atti veri.

30-07-1981: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni; ricettazione.

31-07-1981: violazione di domicilio; attentato per finalità terroristiche o di eversione; porto illegale di armi; furto; omicidio.

16-09-1981: sequestro di persona; rapina; violazione di domicilio; porto illegale di armi; ricettazione.

30-09-1981: attentato per finalità terroristiche o di eversione; porto illegale di armi; omicidio.

ottobre 1981: partecipazione a banda armata.

08-10-1981: ricettazione.

21-10-1981: attentato per finalità terroristiche o di eversione; porto illegale di armi; ricettazione; omicidio.

novembre 1981: soppressione di atti veri.

23-01-1982: falsità materiale.

09-02-1982: falsità materiale; ricettazione.

25-02-1982: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni; lesione personale; furto.

05-03-1982: attentato per finalità terroristiche o di eversione; porto illegale di armi; ricettazione; falsità materiale; detenzione abusiva di armi; omicidio.

27-12-1982: violenza privata; oltraggio a un pubblico ufficiale.

06-05-1994: oltraggio a un magistrato in udienza.

Le condanne di Francesca Mambro

Sei sono le sentenze che comminano l’ergastolo alla Mambro:

- sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Venezia del 17 gennaio 1985

- sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 6 febbraio 1986

- sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano del 5 novembre 1987

- sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma del 7 aprile 1988

- sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma del 3 marzo 1989

- sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 16 maggio 1994

Quindi:

ergastolo per l’omicidio di Franco Evangelista (28 maggio 1980)

ergastolo per l’omicidio di Mario Amato (23 giugno 1980)

ergastolo per la strage alla Stazione di Bologna (2 agosto 1980)

ergastolo per l’omicidio di Francesco Mangiameli (9 settembre 1980)

ergastolo per l’omicidio di Enea Codotto e Luigi Maronese (5 febbraio 1981)

ergastolo per l’omicidio di Giuseppe De Luca (31 luglio 1981)

ergastolo per l’omicidio di Mambroarco Pizzari (30 settembre 1981)

ergastolo per l’omicidio di Francesco Straullu e Ciriaco di Roma (21 ottobre 1981)

ergastolo per l’omicidio di Alessandro Caravillani (5 marzo 1982)

La mancata corrispondenza tra numero degli omicidi e numero di ergastoli è dovuta all’applicazione del vincolo della continuità.

La Mambro ha inoltre accumulato complessivamente 84 anni e 8 mesi di reclusione per reati quali: furto e rapina (una ventina in tutto), detenzione illegale di armi, violazione di domicilio, sequestro di persona, ricettazione, falso, associazione sovversiva, violenza privata, resistenza e oltraggio, attentato per finalità terroristiche, occultamento di atti, danneggiamento, contraffazione impronte.

Persone uccise da Francesca Mambro: 96.

Anni effettivamente scontati in carcere: 16

Curriculum completo e condanne di Valerio Fioravanti

28-02-1976: tentato omicidio.

15-12-1976: tentato omicidio; violazione disposizioni sul controllo delle armi.

23-12-1976: violazione della normativa su armi, munizioni, aggressivi chimici e congegni micidiali.

30-12- 1976: ricettazione continuata.

09-01-1977: tentato omicidio; violazione delle disposizioni sul controllo delle armi.

08-02-1977: detenzione illegale di armi e munizioni; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.

25-05-1977: detenzione illegale di armi e munizioni.

30-12-1977: detenzione illegale di armi e munizioni; danneggiamento.

31-12-1977: porto illegale di armi continuato.

04-01-1978: porto illegale di armi continuato.

28-02-1978: omicidio; tentato omicidio; violazione delle norme sul controllo delle armi; ricettazione

05-03-1978: rapina; ricettazione; furto.

06-03-1978: tentato omicidio; rapina; ricettazione.

08-05-1978: abbandono di posto da parte di un militare di guardia.

09-05-1978: furto militare continuato.

30-06-1978: furto continuato.

03-07-1978: rapina; porto illegale di armi.

24-11-1978: rapina.

26-12-1978: rapina; violenza privata; violazione di domicilio; detenzione illegale di armi e munizioni.

09-01-1979: incendio; lesione personale continuata; detenzione illegale di armi e munizioni (Radio Città Futura

08-02-1979: rapina, detenzione illegale di armi e munizioni.

15-03-1979: rapina; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi, detenzione illegale di armi e munizioni; ricettazione.

marzo 1979: violazione delle norme sul controllo delle armi.

16-06-1979: strage; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi (sezione PCI Esquilino).

19-06-1979: ricettazione continuata.

27-11-1979: rapina (Chase Mambroanhattan Bank); detenzione illegale di armi e munizioni; ricettazione.

05-12-1979: ricettazione continuata; violazione delle norme sulle armi, munizioni, aggressivi chimici e congegni micidiali.

11-12-1979: rapina; ricettazione; detenzione illegale di armi e munizioni.

17-12-1979: omicidio; detenzione illegale di armi e munizioni; detenzione abusiva di armi; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.

1980: rapina, detenzione illegale di armi e munizioni.

06-02-1980: attentato per finalità terroristiche o eversive; rapina; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi; porto illegale di armi; omicidio. (link a episodi criminosi)

28-02-1980: rapina; porto illegale di armi; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi; sostituzione di persona.

07-03-1980: rapina; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.

30-03-1980: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni; porto illegale di armi; lesioni personali; ricettazione.

aprile 1980: violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.

28-05-1980: attentato per finalità terroristiche o di eversione; violazione delle norme sul controllo di armi, munizioni e esplosivi; rapina; porto illegale di armi; furto; tentata rapina; omicidio.

23-06-1980: omicidio.

10-07-1980: violazione della disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope; detenzione abusiva di armi.

31-07-1980: contraffazione delle impronte di una pubblica autenticazione.

02-08-1980: strage; omicidio; lesione personale; attentato a impianti di pubblica utilità; formazione di banda armata.

05-08-1980: rapina; danneggiamento; porto illegale di armi; furto continuato; occultamento di atti veri; ricettazione; falsità materiale.

settembre 1980: falsità materiale.

09-09-1980: omicidio; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi. (link a episodi criminosi)

22-09-1980: attentato per finalità terroristiche o di eversione; lesione personale; occultamento di atti veri; ricettazione; rapina; porto illegale di armi.

20-09-1980: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni.

21-09-1980: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni.

23-09-1980: furto.

19-10-1980: ricettazione.

22-10-1980: ricettazione; violazione del controllo delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.

29-10-1980: violenza privata continuata; falsità materiale.

13-11-1980: rapina; resistenza a un pubblico ufficiale; ricettazione; porto illegale di armi; falsità materiale; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.

26-11-1980: detenzione illegale di armi e munizioni.

19-12-1980: rapina; violazione di domicilio; sequestro di persona; ricettazione, violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.

05-02-1981: omicidio; furto; detenzione illegale di armi e munizioni; associazione per delinquere; falsità materiale; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi. (link a episodi criminosi)

18-02-1983: tentata evasione; lesione personale continuata.

09-05-1985: calunnia.

Le condanne di Valerio Fioravanti

Sei sono le sentenze che comminano l’ergastolo a Fioravanti:

- sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Venezia del 17 gennaio 1985

- sentenza della Corte d’assise d’Appello di Roma del 30 maggio 1985

- sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 6 febbraio 1986

- sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma del 7 aprile 1988

- sentenza del Tribunale di Bologna del 27 marzo 1990

- sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 16 maggio 1994

Quindi:

ergastolo per l’omicidio di Roberto Scialabba (28 febbraio 1978)

ergastolo per l’omicidio di Antonio Leandri (17 dicembre 1979)

ergastolo per l’omicidio di Maurizio Arnesano (6 febbraio 1980)

ergastolo per l’omicidio di Franco Evangelista (28 maggio 1980)

ergastolo per l’omicidio di Mario Amato (23 giugno 1980)

ergastolo per la strage alla Stazione di Bologna (2 agosto 1980)

ergastolo per l’omicidio di Francesco Mangiameli (9 settembre 1980)

ergastolo per l’omicidio di Enea Codotto e Luigi Maronese (5 febbraio 1981)

La mancata corrispondenza tra numero di ergastoli e numero di omicidi è dovuta all’applicazione del vincolo della continuazione.

Fioravanti ha inoltre accumulato complessivamente 134 anni e 8 mesi di reclusione per reati quali: furto e rapina (una ventina), violazione di domicilio, sequestro di persona, detenzione illegale di armi, detenzione di stupefacenti, ricettazione, violenza privata, falso, associazione a delinquere, lesioni personali, tentata evasione, banda armata, danneggiamento, tentato omicidio (28 febbraio 1976, 15 dicembre 1976, 9 gennaio 1977, 28 febbraio 1978, 6 marzo 1978), incendio, sostituzione di persona, strage, calunnia, attentato per finalità terroristiche e di eversione.

Persone uccise da Fioravanti: 93.

Anni effettivamente scontati in carcere: 18.

http://www.stragi.it/pagina.php?id=curriculacriminali

mercoledì 21 luglio 2010

Art. 35 La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni

Ferrara 20 luglio E’ MORTO MASSIMO GNANI DI 53 ANNI E ALTRI DUE SONO RIMASTI GRAVEMENTE FERITI. Sonio dipendenti della provincia di Ferrara. Stavano riparando il manto stradale e la segnaletica sulla provinciale 54 Codigoro – Pomposa, alle porte di Pontemaodino. La tragedia verso le 11 del mattino. Massimo si trovava su un 'tre ruote' con Giuseppe Milone, 59 anni. Stavano tracciando la linea stradale laterale, quando il piccolo mezzo è stato investito dall'autocarro ed è stato sbalzato nella scarpata. Gnani è morto sul colpo. Milone è stato trasportato all'ospedale Sant'Anna di Ferrara. Il terzo operaio, Massimo Santi, 45 anni, di Consandolo, che lavorava sul tiralinee, ha riportato l'amputazione delle gambe ed è stato trasportato con l'elisoccorso all'ospedale Maggiore di Bologna. La circolazione sulla provinciale e’ rimasta bloccata per alcune ore. Per i rilievi, è intervenuta la Polstrada di Codigoro con i vigili del fuoco e il 118.

Napoli E’ morto Giuseppe della Donna un operaio 54enne. Giuseppe è rimasto vittima di un incidente sul lavoro poche ore fa. L'uomo, impiegato presso una ditta edile, era su una impalcatura quando, per motivi da accertare, è caduto, da un’altezza di otto metri che non gli ha lasciato scampo. Sul posto gli agenti del commissariato di Lauro ed una ambulanza dell'ospedale di Nola. Delle Donne è morto sul colpo.

Matera E’ morto Pietro Rocco Panio agricoltore di 43 anni. Pietro Rocco è morto schiacciato dalla macchina imballatrice.

Brescia 13 luglio E’ morto un agricoltore di 58 anni schiacciato dal trattore che guidava

Siracusa E’ morto Emanuele Faraci di 64 anni. Emanuele è morto nella tarda mattinata dopo essere caduto all'interno di un pozzo profondo una quindicina di metri, nel quale stava lavorando probabilmente per verificarne un impianto. Il fatto si è verificato nella zona di contrada Isola, a pochi km dalla città aretusea. Per estrarre dal pozzo il corpo ormai privo di vita di Faraci sono dovute intervenire le unità Saf, il servizio alpino-fluviale dei vigili del fuoco del Comando provinciale di Siracusa. Secondo quanto emerso dalla prima ricostruzione Emanuele stava lavorando in un pozzo che si trova all'interno di un locale annesso ad una cascina in un fondo coltivato quando, per cause ancora da accertare, è precipitato all'interno della profonda cavità. A nulla è valso il primissimo tentativo di un figlio della vittima di calarsi all'interno del pozzo per soccorrere il padre. Scattato l'allarme, sul posto sono giunte le unità Saf dei vigili del fuoco ma per l'uomo non c'era più nulla da fare. Sul posto anche le volanti della polizia che hanno avviato gli accertamenti.

FIRENZE E’ MORTO LEO PALANDRI un elettricista di 59 anni. Leo ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto a Ponte a Cappiano, frazione del comune di Fucecchio (Firenze), intorno alle 12.30. Secondo una prima ricostruzione Palandri sarebbe stato ucciso da una scarica elettrica. L'infortunio mortale è avvenuto all'interno di un calzaturificio - scatolificio che si trova in viale Colombo, il River Group. Sul posto la centrale operativa del 118 ha inviato un'automedica e l'elisoccorso Pegaso che, però, una volta atterrato è ripartito dopo aver constatato il decesso dell'uomo. Intervenuti anche i carabinieri e i vigili del fuoco di Empoli che, per poter lavorare in sicurezza all'interno della cabina elettrica dell'azienda dove si trovava il corpo della vittima, hanno allertato l'Enel che subito ha staccato l'energia e permesso così ai pompieri di effettuare le operazioni di recupero della salma. Sono intervenuti anche i tecnici di sicurezza e prevenzione dell' Asl 11 di Empoli. L'incidente è avvenuto all'interno di una cabina privata di media tensione di proprietà dell'azienda River Group, che si trova a fianco a quella dell'ente erogatore.

caduti sul lavoro

L'ultimo colpo alla memoria: Via Tasso a rischio per 50mila euro

di Luciana Ciminotutti

C’è una piccola strada il cui solo nome, nella Capitale occupata dai nazisti, a pronunciarlo alle donne di Roma (madri, mogli, sorelle, che aspettavano con il cambio in mano sotto le finestre murate pregando che fosse loro restituito) metteva i brividi. Perché al numero 145 di via Tasso si trovava il carcere delle SS di Herbert Kappler. Oggi in quella via che porta dritta alla Basilica di San Giovanni, si respira di nuovo un’aria oscurantista, perché il Museo della Liberazione che è sorto all’interno di quelle stesse mura dagli anni 50 è a rischio chiusura, con tutto il suo patrimonio di memoria.

Hanno attraversato quel portone 2500 persone in 9 mesi, tra il ’43 e il ‘44. I cosiddetti prigionieri politici: comunisti, sindacalisti, badogliani. Interrogati violentemente fino alla tortura e rimandati nelle strette celle sanguinanti e piegati dal dolori affinché i compagni di sventura potessero vederli e fossero loro di monito. Tra quelle mura sono stati detenuti l'ex-presidente della Corte Costituzionale Giuliano Vassalli, il sindacalista Bruno Buozzi, l’italianista Carlo Salinari, il sacerdote don Pietro Pappagallo (che ispirò a Roberto Rossellini il personaggio interpretato da Aldo Fabrizi nel film “Roma Città Aperta”), il colonnello Giuseppe Montezemolo e tanti altri sconosciuti partigiani e cittadini, tra cui oltre 300 donne, che hanno lasciato sulle pareti delle celle i segni graffiati della loro resistenza: avvertimenti, firme, messaggi di incoraggiamento per i compagni, notizie ai famigliari.

Dal 1955 i locali di via Tasso sono diventati il “Museo Storico della Liberazione”, visitato ogni giorno da decine di scolaresche. Alle pareti documenti e profili dei caduti per la libertà. Ora però tutto questo corposo patrimonio di memoria, che ricorda che Roma è una città antifascista, capitale di uno stato la cui Costituzione si fonda sui valori scaturiti dalla Resistenza, ebbene tutto questo rischia di chiudere. «Il Museo compariva fin nei primi comunicati ufficiali ministeriali sui tagli finanziari – dice Antonio Parisella, presidente – anche se ancora non c’è arrivata nessuna comunicazione al riguardo». La situazione è grave e Parisella la sintetizza così: «Se il governo ci taglia i fondi, c’è il rischio che dopo la chiusura estiva non riapriamo, se non ce li taglia, riusciremo ad andare avanti fino a febbraio o marzo».

Il museo si regge su un finanziamento statale del valore nominale di 100 milioni di lire del 2000, e cioè 50 mila euro, che, in base ad una legge del ‘57 dovrebbero garantire il funzionamento dell’istituto, che, è bene ricordarlo, si basa sul lavoro volontario. E nel frattempo il potere d’acquisto si è dimezzato e le spese sono cresciute perché sono stati acquisiti altri due appartamenti dello stabile e perché i visitatori sono aumentati nell’ultimo decennio da 7/8 mila a 12/13 mila unità. Inutile in questo contesto aspettarsi installazioni multimediali o finanche revisione dell’impianto elettrico. «Abbiamo un impianto audio-video obsoleto, i muri andrebbero ritinteggiati, non possiamo aumentare le ore di apertura d’inverno per non far lievitare i costi di energia elettrica, i volantini li autoproduciamo con le fotocopie, abbiamo esigenza di produrre materiali informativi in lingua straniera: siamo sulle guide ma poi i turisti vengono qui e hanno pochi strumenti per la visita».

Tutto è fermo all’allestimento del ‘55, basato sul modello “sacrario militare”. «Vorremmo togliere i quadretti e mettere i pc – continua Parisella - senza togliere nulla al valore etico e civile del posto, ma ci vuole una scelta politica di investire sul Museo, non solo centrale ma anche delle amministrazioni locali per adeguarlo agli standard degli analoghi delle capitali europee». Già, gli enti locali. Il presidente del museo ha scritto a maggio una lettera indirizzata al sindaco Gianni Alemanno, al presidente della Provincia di Roma, Zingaretti e a Renata Polverini, presidente della Regione Lazio e ad Andrea Mondello, presidente della Camera di commercio. Chiedeva loro di accordarsi per integrare il contributo statale per garantire la gestione ordinaria dei servizi e di chiedere alle società partecipate di quegli enti che invece contribuissero per le spese straordinarie (come le audio guide, adesso a far da guida alle scolaresche ci pensano insegnanti in pensione). Finora nessuna risposta ufficiale, solo qualche disponibilità espressa oralmente.

«La Cgil il 25 aprile ci ha inviato 500 euro e anche associazioni, gruppi, circoli Anpi ogni tanto ci fanno giungere contributi significativi, anche se modesti. Ma per andare avanti abbiamo bisogno di un flusso abbastanza continuo anche dei contributi di cittadini e società civile: lo sviluppo sarà in mano loro». Per questo hanno lanciato un appello su Facebook: «La solidarietà è tantissima, ma i versamenti finora sono pochi, anche se per creare – dice ancora Parisella – un atteggiamento di disponibilità a partecipare al finanziamento del Museo serve un po’ di tempo». Museo che, tra l’altro, è stato vittima di un attentato dinamitardo di stampo antisemita nel 99 ed è spesso oggetto di scritte naziste, le ultime il 27 gennaio 2010, «vederlo chiuso farebbe piacere a molti».

unità.it

giovedì 15 luglio 2010

Art. 35 La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni

MORTO RICCARDO SPADARO A SOLO 20 ANNI.
Riccardo è stato trovato ieri sera dai colleghi. Da un mese e mezzo lavorava come addetto alla manutenzione della piscina con un contratto stagionale. Lavorava con passione e ieri pomeriggio i colleghi lo avevano visto sereno come sempre. Tra le ipotesi un malore o una caduta accidentale.
Forlì-Cesena E' morta Ferdinanda Procucci di 57 anni.
Ferdinanda h perso la vita dopo esser stata investita da un mezzo pesante.. Nell'affrontare una manovra di retromarcia, un mezzo pesante avrebbe travolto l'operaia uccidendola sul colpo.
FORLI'-CESENA e' MORTO UBERTO CATAPANO DOPO ESSERE STATO INVESTITO DA UNA GIGANTESCA BOBINA D'ACCIAIO CHE SI E' SGANCIATA DAL RIMORCHIO DI UN TIR. SCHIACCIANO UNA FIAT DOBLO' CONDOTTA DA CATAPANO. ARTIGIANO DI 44 ANNI. CATAPANO trasportato immediatamente al Maggiore di Lodi, ha riportato traumi gravissimi, che ne hanno tragicamente segnato la morte. I due veicoli procedevano in senso opposto, quando in curva, per motivi ancora in fase d'accertamento, il pesante carico del tir è uscito dai legacci in fibra del rimorchio investendo in pieno l'abitacolo dell'auto di Catapano che gli stava passando affianco..
Pesaro Urbino. E' MORTO MARCO PELLICCIA UN MURATORE DI 40 ANNI.
Marco è morto per le ferite riportate cadendo dal tetto di un capannone industriale a Orciano (Pesaro Urbino), durante lavori per la rimozione di pannelli di eternit. Ancora da chiarire la dinamica dell'infortunio, su cui sono in corso accertamenti dei carabinieri e degli ispettori dell'Asur.L'uomo, sposato e padre di due figli piccoli, è stato subito soccorso e trasportato nell'ospedale di Ancona, dove però è deceduto. Marco Pelliccia, oltre alla sua bambina e al suo maschietto, lascia la compagna Sherley, il babbo Livio, la mamma Luciana, il fratello Arnaldo e le sorelle Rosaria e Lorella. I Carabinieri di Mondavio, in attesa di ulteriori disposizioni dal magistrato di turno, hanno posto sotto sequestro lo stabilimento in cui si è verificata la tragedia.
caduti sul lavoro

Appello delle Sezioni di Pianoro, Castel Maggiore, Bentivoglio

ERITREI LIBERI SUBITO

Noi donne e uomini liberi che si riconoscono nei valori della Costituzione della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza alla barbarie Nazifascista affermiamo che la questione dei cittadini eritrei portati manu militari nel sud della Libia a e sottoposti a maltrattamenti e a torture di ogni tipo parla alle nostre coscienze, ci interroga da vicino ed esige risposte appropriate da parte dello Stato Italiano.


Buona parte di loro fanno parte di coloro che nei mesi scorsi sono stati intercettati nel canale di Sicilia e rimandati indietro dalla nostra marina militare. Sono le vittime dei cosiddetti respingimenti, in perfetta violazione del diritto internazionale,della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dell’art. 10 della Costituzione della Repubblica Italiana che recita “lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalle legge.”, sempreché sul territorio gli sia permesso di arrivare.


Oggi, anche grazie ai nostri pertanto illegali respingimenti, tra l’altro documentati, quei giovani rischiano di essere rimandati in patria, dove la brutale dittatura di Isaias Afewerki prevede il servizio militare di durata illimitata e una pena severissima per chi abbandona senza permesso il territorio nazionale. Chiedono di essere reinsediati in un paese terzo che riconosca il loro stato di richiedenti asilo, uno status che in Libia, che non ha firmato la Convenzione di Ginevra, semplicemente non esiste.


Ai 205 Eritrei è stato proposto un accordo-farsa: liberazione in cambio di identificazione e lavori socialmente utili in Libia. Ma l’identificazione rende questi giovani, e le loro madri, mogli, sorelle rimaste in patria, ricattabili a vita. Lo stesso accordo di integrazione proposto lega a tempo indeterminato gli eritrei alla comune di lavoro alla quale verrebbero assegnati ed impedisce loro qualsiasi futuro riconoscimento dello stato di rifugiato perché una volta qualificati come “migranti economici”, e dopo avere chiesto “protezione”, attraverso la richiesta dei documenti identificativi alla loro rappresentanza diplomatica in Libia, potrebbe ritenersi venuta meno la ragione per riconoscere loro, anche da parte dell’UNHCR, lo status di protezione internazionale.


Siamo dunque al cospetto di una riedizione nazista in versione Libica del famigerato “ARBEIT MACHT FREI”? Che vorrebbe riconoscere quindi agli eritrei la libertà di lavorare come schiavi in uno dei campi di lavoro socialmente utile, affidati alla rigida organizzazione dei tanti gerarchi libici e che la Libia esibisce con orgoglio per dimostrare il carattere socialista del suo regime?


I ragazzi eritrei resistono e non hanno accettato questo accordo perché non sono immigrati irregolari in attesa di regolarizzazione, ma richiedenti asilo che vogliono veder riconosciuto il proprio stato di rifugiati.

Per aderire scrivere a: segreteria@anpipianoro.it

anpipianoro.it