Il 9 novembre è un pessimo giorno per il mondo del lavoro. Esce infatti sulla Gazzetta Ufficiale, e quindi diventa operativo entro 15 giorni, il “collegato lavoro”. Un insieme di leggine e provvedimenti che contorna un attacco brutale ai diritti costituzionali dei lavoratori. I due provvedimenti più nefasti sono la sanatoria, a favore delle imprese sul lavoro precario, e l’introduzione pressoché obbligatoria dell’arbitrato.
La prima misura stabilisce che, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, decadono tutti i diritti accumulati dai lavoratori precari assunti in maniera non conforme alla legge e ai contratti. Mentre per i migranti che hanno pagato migliaia di euro c’è l’imbroglio della sanatoria truffa, pagano e vengono espulsi. Per gli imprenditori che hanno violato la leggi nei confronti dei precari si fa l’esatto contrario. O i lavoratori ricorrono entro 60 giorni oppure perdono per sempre qualsiasi diritto. In questo modo passa il principio aberrante e anticostituzionale che si possono cancellare retroattivamente dei diritti acquisiti.
L’introduzione dell’arbitrato nelle cause di lavoro è una vera e propria privatizzazione della giustizia. Nel momento della massima debolezza contrattuale del lavoratore, cioè all’inizio del rapporto di lavoro, questo viene costretto a sottoscrivere la rinuncia a ricorrere dal giudice per tutelare i propri diritti e l’accettazione di un arbitro privato, per sempre e per ogni motivo.
L’arbitro a sua volta non agirà secondo la legge, ma secondo un più generico e accomodante principio di equità.
Il Presidente della Repubblica aveva rinviato alle Camere il “collegato lavoro”, perché lo riteneva squilibrato a danno dei lavoratori. Senza alcuna modifica sostanziale ora questa legge viene per la seconda volta e definitivamente approvata.
Mentre il palazzo è squassato dalla crisi politica personale di Berlusconi, il lavoro di smantellamento della Costituzione formale e materiale del paese prosegue alacremente. E’ bene inoltre ricordare a tutti i tifosi del patto sociale e delle grandi alleanze antiberlusconiane che questa legge mostruosa è stata approvata in parlamento con i voti dell’Udc ed è stata sostenuta e caldeggiata da Cisl, Uil e Confindustria.
Giorgio Cremaschi
(9 novembre 2010)
micromega
mercoledì 10 novembre 2010
La pensione di Bertolaso
La finestra d'oro del sottosegretario. Aperta da Brunetta
La scorsa settimana Guido Bertolaso, capo del Dipartimento della Protezione civile nonché sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega all'emergenza rifiuti in Campania, ha annunciato il suo imminente pensionamento. Omaggi, sberleffi, critiche, bilanci. E una domanda: come fa Bertolaso ad andare in pensione a soli 61 anni? La finestra per il buen retiro gliel'ha aperta Brunetta, con il suo decreto del 2008 che permette ai dipendenti della pubblica amministrazione di essere “esonerati dal servizio nel quinquennio antecedente la data di maturazione dell'età massima contributiva di quarant'anni”. Lo stesso decreto 8art. 72) detta poi le condizioni dell'esonero. E sono condizioni assai vantaggiose per il nostro. Infatti si stabilisce che finché non matura il diritto alla pensione – a 65 anni – il dipendente esonerato prenderà il 50% dello stipendio che aveva al momento di lasciare; ma la percentuale sale al 70% nel caso in cui si svolga attività di volontariato (cosa che il generoso Bertolaso ha già annunciato pubblicamente di voler fare, del resto è già nel ramo). Nello stesso periodo, sempre ex art. 72, il nostro potrà anche svolgere attività di lavoro autonomo retribuito per chi vuole. Ma il vero vantaggio del pensionamento arriva dopo: quando la legge stabilisce che, al momento del compimento dell'età giusta, la pensione sarà calcolata “come se fosse rimasto in servizio”. Cioè, come se fosse ancora Capo dipartimento (euro 179.723 annui) e sottosegretario (retribuzione parificata a quella di un parlamentare). Anche se nel frattempo saranno cambiati – speriamo – governo e parlamento. Dunque grazie alla legge Brunetta, Guido Bertolaso, congela il tempo, e il magico momento che ha vissuto cumulando le due cariche. Momento magico che, dato il contesto politico, non sarebbe comunque durato a lungo. Chapeau.
di Roberta Carlini
Fonte sbilanciamoci.info
La scorsa settimana Guido Bertolaso, capo del Dipartimento della Protezione civile nonché sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega all'emergenza rifiuti in Campania, ha annunciato il suo imminente pensionamento. Omaggi, sberleffi, critiche, bilanci. E una domanda: come fa Bertolaso ad andare in pensione a soli 61 anni? La finestra per il buen retiro gliel'ha aperta Brunetta, con il suo decreto del 2008 che permette ai dipendenti della pubblica amministrazione di essere “esonerati dal servizio nel quinquennio antecedente la data di maturazione dell'età massima contributiva di quarant'anni”. Lo stesso decreto 8art. 72) detta poi le condizioni dell'esonero. E sono condizioni assai vantaggiose per il nostro. Infatti si stabilisce che finché non matura il diritto alla pensione – a 65 anni – il dipendente esonerato prenderà il 50% dello stipendio che aveva al momento di lasciare; ma la percentuale sale al 70% nel caso in cui si svolga attività di volontariato (cosa che il generoso Bertolaso ha già annunciato pubblicamente di voler fare, del resto è già nel ramo). Nello stesso periodo, sempre ex art. 72, il nostro potrà anche svolgere attività di lavoro autonomo retribuito per chi vuole. Ma il vero vantaggio del pensionamento arriva dopo: quando la legge stabilisce che, al momento del compimento dell'età giusta, la pensione sarà calcolata “come se fosse rimasto in servizio”. Cioè, come se fosse ancora Capo dipartimento (euro 179.723 annui) e sottosegretario (retribuzione parificata a quella di un parlamentare). Anche se nel frattempo saranno cambiati – speriamo – governo e parlamento. Dunque grazie alla legge Brunetta, Guido Bertolaso, congela il tempo, e il magico momento che ha vissuto cumulando le due cariche. Momento magico che, dato il contesto politico, non sarebbe comunque durato a lungo. Chapeau.
di Roberta Carlini
Fonte sbilanciamoci.info
lunedì 8 novembre 2010
APPELLO CONTRO LA CHIUSURA DEL MUSEO STORICO DELLA LIBERAZIONE DI VIA TASSO A ROMA
Ricevendo il premio “Sasso per la Pace”, il presidente Parisella annuncia:
«DAL 2 GENNAIO QUASI CERTA, PER MOTIVI DI BILANCIO,
LA CHIUSURA DEL MUSEO STORICO DELLA LIBERAZIONE»
«Nel momento in cui – insieme al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed al generale Vittorio Barbato e al commissariato alle onoranze ai caduti del Ministero della Difesa – il Museo storico della Liberazione viene onorato con l’assegnazione dell’importante riconoscimento del Premio “Sasso della Montagna della Pace”, debbo dare a tutti voi, per la prima volta pubblicamente, una notizia meno lieta che mai avrei voluto dare: è ormai molto probabile – o quasi certo – che il 2 gennaio il Museo possa non aprire i battenti e che venga commissariato». Queste parole, pronunciate dal presidente del Museo prof. Antonio Parisella, hanno lasciato nello stupore e nel disappunto le autorità e i circa 350 cittadini di Cervara (Roma) che avevano affollato la chiesa della Visitazione per partecipare all’iniziativa della consegna dei premi promossa dal Comune di Cervara. «Con gli amministratori del Museo – ha poi dichiarato il presidente Antonio Parisella – abbiamo tenuto un’apposita riunione nella quale, sulla base di una recente corrispondenza, abbiamo dovuto constatare che il Ministero per i beni e le attività culturali non ha operato, forse, il previsto taglio del 15% del contributo annuale di € 50.000,00 previsto dalla legge istitutiva per il funzionamento del Museo, ma poi ci ha finora assegnato per il 2010 – un esercizio finanziario che sta per concludersi –soltanto un terzo di quanto dovuto e g li uffici non sono in grado di confermarci né se saranno in grado di accreditarci il resto entro l’anno in corso né su quale entrata certa il Museo potrà contare per il 2011. Neppure ci sono venute in aiuto con i loro contributi – nonostante ripetute dichiarazioni alla stampa – le amministrazioni locali, Regione Lazio, Comune, Provincia e Camera di Commercio di Roma, alle quali, secondo le indicazioni della legge istitutiva, ci eravamo rivolti fin dal maggio scorso, perché concorressero con lo Stato a garantire il raggiungimento degli scopi istituzionali del Museo».
Questa prospettiva decisamente nera coglie il Museo in un momento di particolare e incoraggiante ripresa della sua attività: un numero alto di prenotazioni di visite nei prossimi mesi da parte non solo di scuole di Roma e del Lazio, ma anche di associazioni e gruppi italiani e non; compagnie e associazioni di giovani attori e attrici che chiedono gli spazi del Museo per le loro rappresentazioni; l’archivio, la biblioteca e la mediateca si arricchiscono con donazioni di fondi librari e archivistici e con raccolte e collezioni di cimeli, oggetti d’arte, fotografie; associazioni e istituzioni di cultura chiedono di programmare iniziative comuni; corsi di laurea, di master e di dottorato chiedono di poter inviare allievi per tirocini; ecc… Soprattutto, il Museo sta per concludere un progetto, portato a termine grazie alla collaborazione del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), per la o salvaguardia digitale del materiale documentario esposto nelle bacheche (dal 1955 !) ed ha avviato, in collaborazione con l’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi, la digitalizzazione dell’archivio audiovisivo. E, proprio il ritrovamento al suo interno di una copia registrata integrale dell’opera-capolavoro di Sergio Zavoli “Nascita di una dittatura”, prodotta dalla RAI, aveva motivato la programmazione di un corso sull’avvento del fascismo con intervento di specialisti di cinque Università italiane. Inoltre, il Museo – in collaborazione con l’Associazione Italo Greca-Fondazione Mediterraneo per il Museo di Cefalonia – ha in programma una mostra artistica-documentaria sulla strage dei militari italiani della Marina e della Divisione Acqui. Infine, il Museo – insieme alla Casa della Memoria del Campo di concentramento di Servigliano (Fermo) – è stato chiamato a rappresentare l’Italia nel seminario internazionale di storia comparata su “lotta non armata e Resistenza civile in Europa”, che si terrà a Dieulefit (Francia) dal 26 al 28 novembre in collaborazione con il CNRS francese e con l’Università di Lyon.
ABBIAMO ANCORA BISOGNO DI VOI !
A tutto il 25 ottobre sono giunti 93 versamenti per complessivi 7.891,00 €.
I sottoscrittori sono, però, oltre 300 perché alcuni versamenti sono il risultato di sottoscrizioni e collette. Si segnalano particolarmente quelle di ANPI Esquilino don Pietro Pappagallo (1000 €) e quella di Anpi Istituto superiore di Sanità (1100 €) . Anche ANPI Valle Aurelia e ANPI Via dei Giubbonari hanno fatto sottoscrizioni. Le circa 60 persone che il 7 novembre hanno assistito a “Sottoassedio” hanno sottoscritto 180 €. Non disegniamo la geografia provinciale delle provenienze, perché ve ne sono di ogni regione, di grandi città come di piccoli comuni. In ottobre – avendo allentato la pressione – sono giunti solo versamenti effettuati in settembre.
Siamo grati a tutti/e coloro che hanno sottoscritto e grazie ad essi/e riusciamo ad andare avanti.
OGGI RILANCIAMO L’APPELLO CON GRAVITÀ.
Agnese Ginocchio, la cantautrice della Pace, scrive: "ki perde la corsa nn è ki arriva x ultimo..bensì ki resta seduto a guardare ke le cose cambino da se. Fai la tua parte, dai il tuo contributo e sii educatore responsabile. Non aspettare ke le cose cambino da se, ma inizia tu x primo a dare l'esempio. Sii tu quel cambiamento ke vorresti vedere nel mondo. Cogli l'attimo..Occorre un' altra cultura: la PACE. L'uomo o sarà costruttore di Pace o nn sarà uomo.. "(By: A.G*)
Noi verseremo il 15% di quanto raccolto all’Associazione Italo Greca per il Museo di Cefalonia, perché non possiamo ignorare chi sta peggio di noi e, forse, lavora meglio di noi.
SOTTOSCRIZIONE.
ccp 51520005 Intestato a: Museo storico della Liberazione, via Tasso 145 00185 Roma
Causale CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA'.
Potete usare anche il bonifico, IBAN IT 39 T 07601 03200 0000515200051
info@museoliberazione.it
«DAL 2 GENNAIO QUASI CERTA, PER MOTIVI DI BILANCIO,
LA CHIUSURA DEL MUSEO STORICO DELLA LIBERAZIONE»
«Nel momento in cui – insieme al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed al generale Vittorio Barbato e al commissariato alle onoranze ai caduti del Ministero della Difesa – il Museo storico della Liberazione viene onorato con l’assegnazione dell’importante riconoscimento del Premio “Sasso della Montagna della Pace”, debbo dare a tutti voi, per la prima volta pubblicamente, una notizia meno lieta che mai avrei voluto dare: è ormai molto probabile – o quasi certo – che il 2 gennaio il Museo possa non aprire i battenti e che venga commissariato». Queste parole, pronunciate dal presidente del Museo prof. Antonio Parisella, hanno lasciato nello stupore e nel disappunto le autorità e i circa 350 cittadini di Cervara (Roma) che avevano affollato la chiesa della Visitazione per partecipare all’iniziativa della consegna dei premi promossa dal Comune di Cervara. «Con gli amministratori del Museo – ha poi dichiarato il presidente Antonio Parisella – abbiamo tenuto un’apposita riunione nella quale, sulla base di una recente corrispondenza, abbiamo dovuto constatare che il Ministero per i beni e le attività culturali non ha operato, forse, il previsto taglio del 15% del contributo annuale di € 50.000,00 previsto dalla legge istitutiva per il funzionamento del Museo, ma poi ci ha finora assegnato per il 2010 – un esercizio finanziario che sta per concludersi –soltanto un terzo di quanto dovuto e g li uffici non sono in grado di confermarci né se saranno in grado di accreditarci il resto entro l’anno in corso né su quale entrata certa il Museo potrà contare per il 2011. Neppure ci sono venute in aiuto con i loro contributi – nonostante ripetute dichiarazioni alla stampa – le amministrazioni locali, Regione Lazio, Comune, Provincia e Camera di Commercio di Roma, alle quali, secondo le indicazioni della legge istitutiva, ci eravamo rivolti fin dal maggio scorso, perché concorressero con lo Stato a garantire il raggiungimento degli scopi istituzionali del Museo».
Questa prospettiva decisamente nera coglie il Museo in un momento di particolare e incoraggiante ripresa della sua attività: un numero alto di prenotazioni di visite nei prossimi mesi da parte non solo di scuole di Roma e del Lazio, ma anche di associazioni e gruppi italiani e non; compagnie e associazioni di giovani attori e attrici che chiedono gli spazi del Museo per le loro rappresentazioni; l’archivio, la biblioteca e la mediateca si arricchiscono con donazioni di fondi librari e archivistici e con raccolte e collezioni di cimeli, oggetti d’arte, fotografie; associazioni e istituzioni di cultura chiedono di programmare iniziative comuni; corsi di laurea, di master e di dottorato chiedono di poter inviare allievi per tirocini; ecc… Soprattutto, il Museo sta per concludere un progetto, portato a termine grazie alla collaborazione del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), per la o salvaguardia digitale del materiale documentario esposto nelle bacheche (dal 1955 !) ed ha avviato, in collaborazione con l’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi, la digitalizzazione dell’archivio audiovisivo. E, proprio il ritrovamento al suo interno di una copia registrata integrale dell’opera-capolavoro di Sergio Zavoli “Nascita di una dittatura”, prodotta dalla RAI, aveva motivato la programmazione di un corso sull’avvento del fascismo con intervento di specialisti di cinque Università italiane. Inoltre, il Museo – in collaborazione con l’Associazione Italo Greca-Fondazione Mediterraneo per il Museo di Cefalonia – ha in programma una mostra artistica-documentaria sulla strage dei militari italiani della Marina e della Divisione Acqui. Infine, il Museo – insieme alla Casa della Memoria del Campo di concentramento di Servigliano (Fermo) – è stato chiamato a rappresentare l’Italia nel seminario internazionale di storia comparata su “lotta non armata e Resistenza civile in Europa”, che si terrà a Dieulefit (Francia) dal 26 al 28 novembre in collaborazione con il CNRS francese e con l’Università di Lyon.
ABBIAMO ANCORA BISOGNO DI VOI !
A tutto il 25 ottobre sono giunti 93 versamenti per complessivi 7.891,00 €.
I sottoscrittori sono, però, oltre 300 perché alcuni versamenti sono il risultato di sottoscrizioni e collette. Si segnalano particolarmente quelle di ANPI Esquilino don Pietro Pappagallo (1000 €) e quella di Anpi Istituto superiore di Sanità (1100 €) . Anche ANPI Valle Aurelia e ANPI Via dei Giubbonari hanno fatto sottoscrizioni. Le circa 60 persone che il 7 novembre hanno assistito a “Sottoassedio” hanno sottoscritto 180 €. Non disegniamo la geografia provinciale delle provenienze, perché ve ne sono di ogni regione, di grandi città come di piccoli comuni. In ottobre – avendo allentato la pressione – sono giunti solo versamenti effettuati in settembre.
Siamo grati a tutti/e coloro che hanno sottoscritto e grazie ad essi/e riusciamo ad andare avanti.
OGGI RILANCIAMO L’APPELLO CON GRAVITÀ.
Agnese Ginocchio, la cantautrice della Pace, scrive: "ki perde la corsa nn è ki arriva x ultimo..bensì ki resta seduto a guardare ke le cose cambino da se. Fai la tua parte, dai il tuo contributo e sii educatore responsabile. Non aspettare ke le cose cambino da se, ma inizia tu x primo a dare l'esempio. Sii tu quel cambiamento ke vorresti vedere nel mondo. Cogli l'attimo..Occorre un' altra cultura: la PACE. L'uomo o sarà costruttore di Pace o nn sarà uomo.. "(By: A.G*)
Noi verseremo il 15% di quanto raccolto all’Associazione Italo Greca per il Museo di Cefalonia, perché non possiamo ignorare chi sta peggio di noi e, forse, lavora meglio di noi.
SOTTOSCRIZIONE.
ccp 51520005 Intestato a: Museo storico della Liberazione, via Tasso 145 00185 Roma
Causale CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA'.
Potete usare anche il bonifico, IBAN IT 39 T 07601 03200 0000515200051
info@museoliberazione.it
La Carta offesa a Predappio
Domenica 31 ottobre, nella ridente cittadina di Predappio, qualche migliaio (ma i numeri hanno poca importanza) di individui hanno offeso pubblicamente la Costituzione rendendosi apertamente responsabili del reato di apologia del fascismo ai sensi della legge n. 645 del 1952, nota anche come legge Scelba (democristiano, è bene ricordarlo, non un fazioso comunista). Mi riferisco al raduno per celebrare la marcia su Roma che, a detta dei fascisti, portò Mussolini al governo (ma è una solenne cretinata perché Mussolini andò al governo chiamato da quel delinquente del re), e segnò l’inizio del regime che ha regalato all’Italia ventuno anni di totalitarismo, guerre coloniali combattute con crudeltà bestiale, una guerra mondiale e una guerra civile.
Che un evento del genere insulti la coscienza di chiunque abbia ancora un minimo di intelligenza e di sensibilità morale non dovrebbe essere difficile da capire, visto che il fascismo è nato e vissuto per offendere in ogni modo la dignità della persona umana, imponendo il silenzio, uccidendo a freddo, torturando, imprigionando, condannando al confino. Ed è del pari facile capire perché oltraggia la Costituzione dato che tutta la nostra Carta fondamentale è antifascista e contiene una norma finale, la XII , dove si legge: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Che poi ci siano gli estremi di reato (con relative pene e multe, allora in lire) lo afferma la legge in questione.
Art. 1: “Riorganizzazione del disciolto partito fascista. Ai fini della XII disposizione si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. Art. 4: “Chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, indicate nell’articolo 1 è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000. Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni”. Art. 5: “Manifestazioni fasciste. Chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste è punito con la pena della reclusione sino a tre anni e con la multa da 400.000 a 1.000.000 di lire”.
Se, come è molto probabile, visti i precedenti, i partecipanti all’oscena parata di Predappio si sono resi responsabili dei reati così bene descritti mi pare evidente che devono essere perseguiti ai sensi della legge. E se la polizia e i carabinieri avessero ravvisato la volontà manifesta di delinquere non avrebbero dovuto vietare la manifestazione? Se non sbaglio, mi corregga Travaglio, vige in Italia l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 della Costituzione). E dunque le autorità preposte non si assumono, tollerando, una pesante responsabilità?
Ma prima della responsabilità penale c’è quella morale e c’è quella politica. La prima impone ad ogni essere umano (cittadino o non cittadino) di alzare una ferma, civile, pacata voce di protesta (e i cattolici e la Chiesa, taceranno anche questa volta di fronte a gente che offende la coscienza cristiana?). La seconda impone alle autorità politiche, a cominciare dai sindaci di Romagna, dal presidente della Provincia e dal presidente della Regione di esprimere almeno la più severa condanna e di invitare la magistratura ad intervenire. La legge, sarebbe ora di capirlo, va difesa sempre, contro tutte le violazioni. Solo in questo modo la lotta per la legalità acquista forza e credibilità.
La vicenda di Predappio, offre, per fortuna, anche una bella occasione. La vedova di uno dei figli ha minacciato di far traslare le ceneri di Mussolini da Predappio a Roma. Se fossi di Predappio accoglierei la proposta con entusiasmo e farei di più e meglio. Mi attiverei affinché le ceneri di Mussolini siano disperse in mare, fuori dalle acque territoriali italiane, come hanno fatto in Israele con le ceneri di Eichmann.
Questo sarebbe vero atto di pietà per chi ha perso la vita e ha sofferto per colpa di quel criminale di Benito Mussolini e un dovuto atto di rispetto per l’Italia, che per il fascismo e del fascismo dovrà sempre e solo vergognarsi.
Maurizio Viroli
da il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2010
Che un evento del genere insulti la coscienza di chiunque abbia ancora un minimo di intelligenza e di sensibilità morale non dovrebbe essere difficile da capire, visto che il fascismo è nato e vissuto per offendere in ogni modo la dignità della persona umana, imponendo il silenzio, uccidendo a freddo, torturando, imprigionando, condannando al confino. Ed è del pari facile capire perché oltraggia la Costituzione dato che tutta la nostra Carta fondamentale è antifascista e contiene una norma finale, la XII , dove si legge: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Che poi ci siano gli estremi di reato (con relative pene e multe, allora in lire) lo afferma la legge in questione.
Art. 1: “Riorganizzazione del disciolto partito fascista. Ai fini della XII disposizione si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. Art. 4: “Chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, indicate nell’articolo 1 è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000. Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni”. Art. 5: “Manifestazioni fasciste. Chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste è punito con la pena della reclusione sino a tre anni e con la multa da 400.000 a 1.000.000 di lire”.
Se, come è molto probabile, visti i precedenti, i partecipanti all’oscena parata di Predappio si sono resi responsabili dei reati così bene descritti mi pare evidente che devono essere perseguiti ai sensi della legge. E se la polizia e i carabinieri avessero ravvisato la volontà manifesta di delinquere non avrebbero dovuto vietare la manifestazione? Se non sbaglio, mi corregga Travaglio, vige in Italia l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 della Costituzione). E dunque le autorità preposte non si assumono, tollerando, una pesante responsabilità?
Ma prima della responsabilità penale c’è quella morale e c’è quella politica. La prima impone ad ogni essere umano (cittadino o non cittadino) di alzare una ferma, civile, pacata voce di protesta (e i cattolici e la Chiesa, taceranno anche questa volta di fronte a gente che offende la coscienza cristiana?). La seconda impone alle autorità politiche, a cominciare dai sindaci di Romagna, dal presidente della Provincia e dal presidente della Regione di esprimere almeno la più severa condanna e di invitare la magistratura ad intervenire. La legge, sarebbe ora di capirlo, va difesa sempre, contro tutte le violazioni. Solo in questo modo la lotta per la legalità acquista forza e credibilità.
La vicenda di Predappio, offre, per fortuna, anche una bella occasione. La vedova di uno dei figli ha minacciato di far traslare le ceneri di Mussolini da Predappio a Roma. Se fossi di Predappio accoglierei la proposta con entusiasmo e farei di più e meglio. Mi attiverei affinché le ceneri di Mussolini siano disperse in mare, fuori dalle acque territoriali italiane, come hanno fatto in Israele con le ceneri di Eichmann.
Questo sarebbe vero atto di pietà per chi ha perso la vita e ha sofferto per colpa di quel criminale di Benito Mussolini e un dovuto atto di rispetto per l’Italia, che per il fascismo e del fascismo dovrà sempre e solo vergognarsi.
Maurizio Viroli
da il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2010
mercoledì 3 novembre 2010
“CIBO E RESISTENZA – La fame dei partigiani”
Castel Maggiore 24, 25, 26 settembre 2010
Sono stato incaricato di intervenire alla manifestazione sopra titolata, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Castelmaggiore, per i giorni 24, 25 e 26 settembre 2010 nella sala-teatro Biagi-D’Antona, con la collaborazione di A.N.P.I, Associazioni Circoli Istruzioni Campagne Teatrali, fra le quali quella dell’Istituto di istruzione superiore Keynes.
Il vasto programma delle manifestazioni, che costituivano il “Festival del cibo e della letteratura” prevedeva la partecipazione di persone rappresentanti delle istituzioni, di scrittori e di esperti di alimenti e di cucina.
L'argomento che è stato l'oggetto del mio intervento si è svolto nella citata sala-teatro alle ore 17 di sabato 25/09/10 sotto il titolo di “CIBO E RESISTENZA-La fame dei Partigiani”.
Con l'assistenza del Presidente dell'A.N.P.I. Gabriele Molinari e della Segretaria dell'Associazione Mariangela Mombelli, sono stato affidato al giovane universitario Marco”, il quale aveva l'incarico di presentarmi al pubblico nonché alle ragazze e ai ragazzi dell'Istituto Keynes, che mi avrebbero rivolto le domande sull'argomento. Prima però gli studenti e le studentesse dello stesso Istituto, della Compagnia Teatrale hanno recitato brani tratti da opere di Calvino e dell'Agnese va a morire” di Renata Viganò. I giovani e le giovani hanno altresì cantato pezzi di musica leggera, in “coro” e in “trio”, nonché inni alla Resistenza Partigiana: la finale “Bella ciao” è stata cantata anche da molte delle persone presenti.
A questo punto Marco ed io siamo saliti sul palcoscenico dove ciascuno degli otto giovani - Andrea, Federico, Frida, Giulia, Luca, Mycol, Monica e Valentina - , mi ha rivolto una domanda sulla difficile esistenza dei Partigiani e della popolazione sulle montagne più alte dell'Appennino Tosco-Emiliano – dove ho vissuto durante seconda guerra mondiale – con particolare riguardo al problema dell'alimentazione, sempre assai carente.
Ho risposto di volta in volta raccontando situazioni vissute, che ancora mi emozionano e mostrando – anche al pubblico – un disegno a matita sulla preparazione dei “NECCI” - castagnacci cotti fra due pietre -, con i mezzi e degli strumenti allora in uso.
Ho ringraziato delle domande assai pertinenti che mi hanno facilitato le risposte. Il pubblico presente sembra aver gradito l'episodio: particolare apprezzamento mi hanno dimostrato il Preside del “Keynes”, prof. Spadaro, soddisfatto di aver collaborato come in altre circostanze, nonché l'Insegnate elementare, sig.ra Marisita, che ha auspicato la possibilità di una mia visita alla sua classe per parlare della Resistenza.
Ovviamente, come in altre circostanze a nome dell'A.N.P.I., mi sono dichiarato disponibile.
Ho inoltre ricevuto da diverse persone del pubblico frasi di incoraggiamento a continuare a parlare di vita nella nostra Resistenza.
GIANNI
Sabato 25 ottobre 2010.
Manifestazione “MANGIARLIBRI, il ristorante della mente” – Sala teatro “Biagio D’Antona”, Castel Maggiore.
Sono stato incaricato di intervenire alla manifestazione sopra titolata, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Castelmaggiore, per i giorni 24, 25 e 26 settembre 2010 nella sala-teatro Biagi-D’Antona, con la collaborazione di A.N.P.I, Associazioni Circoli Istruzioni Campagne Teatrali, fra le quali quella dell’Istituto di istruzione superiore Keynes.
Il vasto programma delle manifestazioni, che costituivano il “Festival del cibo e della letteratura” prevedeva la partecipazione di persone rappresentanti delle istituzioni, di scrittori e di esperti di alimenti e di cucina.
L'argomento che è stato l'oggetto del mio intervento si è svolto nella citata sala-teatro alle ore 17 di sabato 25/09/10 sotto il titolo di “CIBO E RESISTENZA-La fame dei Partigiani”.
Con l'assistenza del Presidente dell'A.N.P.I. Gabriele Molinari e della Segretaria dell'Associazione Mariangela Mombelli, sono stato affidato al giovane universitario Marco”, il quale aveva l'incarico di presentarmi al pubblico nonché alle ragazze e ai ragazzi dell'Istituto Keynes, che mi avrebbero rivolto le domande sull'argomento. Prima però gli studenti e le studentesse dello stesso Istituto, della Compagnia Teatrale hanno recitato brani tratti da opere di Calvino e dell'Agnese va a morire” di Renata Viganò. I giovani e le giovani hanno altresì cantato pezzi di musica leggera, in “coro” e in “trio”, nonché inni alla Resistenza Partigiana: la finale “Bella ciao” è stata cantata anche da molte delle persone presenti.
A questo punto Marco ed io siamo saliti sul palcoscenico dove ciascuno degli otto giovani - Andrea, Federico, Frida, Giulia, Luca, Mycol, Monica e Valentina - , mi ha rivolto una domanda sulla difficile esistenza dei Partigiani e della popolazione sulle montagne più alte dell'Appennino Tosco-Emiliano – dove ho vissuto durante seconda guerra mondiale – con particolare riguardo al problema dell'alimentazione, sempre assai carente.
Ho risposto di volta in volta raccontando situazioni vissute, che ancora mi emozionano e mostrando – anche al pubblico – un disegno a matita sulla preparazione dei “NECCI” - castagnacci cotti fra due pietre -, con i mezzi e degli strumenti allora in uso.
Ho ringraziato delle domande assai pertinenti che mi hanno facilitato le risposte. Il pubblico presente sembra aver gradito l'episodio: particolare apprezzamento mi hanno dimostrato il Preside del “Keynes”, prof. Spadaro, soddisfatto di aver collaborato come in altre circostanze, nonché l'Insegnate elementare, sig.ra Marisita, che ha auspicato la possibilità di una mia visita alla sua classe per parlare della Resistenza.
Ovviamente, come in altre circostanze a nome dell'A.N.P.I., mi sono dichiarato disponibile.
Ho inoltre ricevuto da diverse persone del pubblico frasi di incoraggiamento a continuare a parlare di vita nella nostra Resistenza.
GIANNI
Sabato 25 ottobre 2010.
Manifestazione “MANGIARLIBRI, il ristorante della mente” – Sala teatro “Biagio D’Antona”, Castel Maggiore.
Abolizione del reato di banda armata a fini politici
Abolizione del reato di banda armata a fini politici.
E’diventata lecita la costituzione delle Brigate Rosse? Appello al Parlamento e alla libera stampa
Dal 9 ottobre 2010 e' stato eliminato dall'ordinamento italiano il reato di banda armata a scopi politici.
Il fatto e' passato nell'indifferenza pressocche' generale, fatta eccezione per quanti hanno contestato la norma abrogativa (azionata dal Ministro Calderoli, noto "taglialeggi" della Repubblica) in quanto consentira' a 36 leghisti "camice verdi"di essere prosciolti in quel di Verona.
Si e' parlato di legge "ad legam" e poco piu', omettendosi di considerarequestioni ben piu' importanti e anche determinanti per l'ordine
costituzionale democratico.
Ammoniva Costantino Mortati che scopo del divieto posto dall'art.18 della Costituzione, concernente "le associazioni che perseguono, anche
indirettamente, un fine politico mediante un'organizzazione a carattere militare" va individuato "nella necessita' di eliminare tutti i fattori
di turbamento dell'attivita' politica e in particolare di quelli che "tendono a sostituire alla suggestione delle idee quella della forza".
Tale e' sicuramente l'effetto prodotto dalle associazioni paramilitari le quali, imponendo agli aderenti un regime di cieca obbedienza, soffocano
il libero dibattito e, inoltre, per la loro struttura e le loro caratteristiche esteriori, esercitano un'indubbia azione intimidatoria su tutti i consociati.
Il principio dell'art. 18 della Carta costituzionale ( "Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi
politici mediante organizzazioni di carattere militare") ha trovato attuazione,secondo l'indirizzo dell'Assemblea Costituente, con il decreto
legislativo n.43 del 14 febbraio 1948 che ha fissato i connotati dell'associazione militare nell'"inquadramento degli associati in corpi, reparti o nuclei, con disciplina e ordinamento gerarchico interno analoghi a quelli militari,con l'eventuale adozione di gradi o uniformi, e con organizzazione atta anche all'impiego collettivo in azioni di violenza o minaccia".
Il divieto, rimosso dal "taglialeggi" opera sulla base della mera idoneita' dell'associazione a turbare i normali canali di formazione delle convinzioni
politiche dei cittadini e non richiedeva necessariamente anche il ricorso al conflitto armato come strumento di lotta politica, che ricade nelle diverse figure criminose della banda armata e dell'associazione con finalita' di terrorismo e di eversione: cio' in quanto il divieto e' funzionale all'eliminazione dello stato di minaccia collettiva che si determina per il mero costituirsi di organizzazioni militari, in spregio al principio sacro di ogni democrazia, per il quale il monopolio dell'uso della forza appartiene alla Stato.
Dal 9 ottobre non e' piu' cosi': e' abrogato il decreto del 48 che, pedissequamente e anche letteralmente trascrivendo la norma di principio costituzionale, sanzionava "chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici".
E' dunque divenuta lecita la costituzione delle Brigate Rosse? O di "Ordine Nuovo"?
Commentando il fatto, il Ministro della Difesa, struttura che verrebbe certamente vulnerata dalla norma abrogatrice, aveva affermato che si
Trattava di un "refuso", al quale sarebbe stato posto rimedio con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di avviso di rettifica.
Ma la Gazzetta Ufficiale del 7 settembre 2010 non ha rettificato nulla.
Se i nostri Parlamentari ci facessero il piacere di occuparsene urgentemente,sarebbe il mezzo per ripristinare il principio costituzionale - art 1 - della sovranita' popolare che si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, in primis garantendo che la competizione politica si svolga pacificamente.
La preoccupazione del mondo partigiano, che si trovo' a combattere contro un regime che utilizzo' lo squadrismo politico per affermarsi, in tal modo
distruggendo la democrazia, e' grande.
Nasce da qui un appello al Parlamento, al "libero" Parlamento repubblicano per l’immediato ripristino della norma sanzionatrice abrogata: per la salvezza dello Stato democratico di diritto.
"Svegliatevi, dormienti !"
Antonio Caputo
F.I.A.P.
Federazione italiana Associazioni Partigiane
Comitato provinciale e regionale – Torino e Piemonte
Ente morale –D.P.R. 20.11.1963
E’diventata lecita la costituzione delle Brigate Rosse? Appello al Parlamento e alla libera stampa
Dal 9 ottobre 2010 e' stato eliminato dall'ordinamento italiano il reato di banda armata a scopi politici.
Il fatto e' passato nell'indifferenza pressocche' generale, fatta eccezione per quanti hanno contestato la norma abrogativa (azionata dal Ministro Calderoli, noto "taglialeggi" della Repubblica) in quanto consentira' a 36 leghisti "camice verdi"di essere prosciolti in quel di Verona.
Si e' parlato di legge "ad legam" e poco piu', omettendosi di considerarequestioni ben piu' importanti e anche determinanti per l'ordine
costituzionale democratico.
Ammoniva Costantino Mortati che scopo del divieto posto dall'art.18 della Costituzione, concernente "le associazioni che perseguono, anche
indirettamente, un fine politico mediante un'organizzazione a carattere militare" va individuato "nella necessita' di eliminare tutti i fattori
di turbamento dell'attivita' politica e in particolare di quelli che "tendono a sostituire alla suggestione delle idee quella della forza".
Tale e' sicuramente l'effetto prodotto dalle associazioni paramilitari le quali, imponendo agli aderenti un regime di cieca obbedienza, soffocano
il libero dibattito e, inoltre, per la loro struttura e le loro caratteristiche esteriori, esercitano un'indubbia azione intimidatoria su tutti i consociati.
Il principio dell'art. 18 della Carta costituzionale ( "Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi
politici mediante organizzazioni di carattere militare") ha trovato attuazione,secondo l'indirizzo dell'Assemblea Costituente, con il decreto
legislativo n.43 del 14 febbraio 1948 che ha fissato i connotati dell'associazione militare nell'"inquadramento degli associati in corpi, reparti o nuclei, con disciplina e ordinamento gerarchico interno analoghi a quelli militari,con l'eventuale adozione di gradi o uniformi, e con organizzazione atta anche all'impiego collettivo in azioni di violenza o minaccia".
Il divieto, rimosso dal "taglialeggi" opera sulla base della mera idoneita' dell'associazione a turbare i normali canali di formazione delle convinzioni
politiche dei cittadini e non richiedeva necessariamente anche il ricorso al conflitto armato come strumento di lotta politica, che ricade nelle diverse figure criminose della banda armata e dell'associazione con finalita' di terrorismo e di eversione: cio' in quanto il divieto e' funzionale all'eliminazione dello stato di minaccia collettiva che si determina per il mero costituirsi di organizzazioni militari, in spregio al principio sacro di ogni democrazia, per il quale il monopolio dell'uso della forza appartiene alla Stato.
Dal 9 ottobre non e' piu' cosi': e' abrogato il decreto del 48 che, pedissequamente e anche letteralmente trascrivendo la norma di principio costituzionale, sanzionava "chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici".
E' dunque divenuta lecita la costituzione delle Brigate Rosse? O di "Ordine Nuovo"?
Commentando il fatto, il Ministro della Difesa, struttura che verrebbe certamente vulnerata dalla norma abrogatrice, aveva affermato che si
Trattava di un "refuso", al quale sarebbe stato posto rimedio con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di avviso di rettifica.
Ma la Gazzetta Ufficiale del 7 settembre 2010 non ha rettificato nulla.
Se i nostri Parlamentari ci facessero il piacere di occuparsene urgentemente,sarebbe il mezzo per ripristinare il principio costituzionale - art 1 - della sovranita' popolare che si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, in primis garantendo che la competizione politica si svolga pacificamente.
La preoccupazione del mondo partigiano, che si trovo' a combattere contro un regime che utilizzo' lo squadrismo politico per affermarsi, in tal modo
distruggendo la democrazia, e' grande.
Nasce da qui un appello al Parlamento, al "libero" Parlamento repubblicano per l’immediato ripristino della norma sanzionatrice abrogata: per la salvezza dello Stato democratico di diritto.
"Svegliatevi, dormienti !"
Antonio Caputo
F.I.A.P.
Federazione italiana Associazioni Partigiane
Comitato provinciale e regionale – Torino e Piemonte
Ente morale –D.P.R. 20.11.1963
Anche Bologna accoglie l'appello della Rete Nazionale Disarmiamoli ! PRESIDIO SABATO 6/11/2010
Dall'Afghanistan all'Italia, basta con le politiche di guerra!
Riprendiamo l'iniziativa contro le basi sul nostro territorio e contro le missioni miliari italiane all'estero
Sabato 6 novembre 2010 dalle 9 alle 12 siamo in Piazza Re Enzo
Per dire alla città che la sensibilità antimilitarista è ancora viva, e che occorre continuare le lotte contro le spese militari, contro il rilancio dell'industria bellica, contro la realizzazione di nuove basi e l'ampliamento di quelle esistenti, per il ritiro dei militari italiani all'estero per missioni di conquista neocoloniale mascherate da missioni di pace, per la promozione di autentiche politiche di
pace ed equità tra i popoli, e per restituire alle politiche sociali le risorse sottratte dalle spese militari
Per questi motivi pensiamo che la mobilitazione contro la guerra debba essere rilanciata ed approfondita a livello nazionale, in uno scenario in cui i cadaveri dei nostri soldati continuano a rientrare dall'Afghanistan, come prima rientravano dall'Iraq o da altri contesti, mentre i mass-media complici nascondono all'opinione pubblica immagini e notizie degli uccisi per mano italiana e della NATO su quelle terre.
Pensiamo che Bologna non possa "chiamarsi fuori" da questa mobilitazione anche se la presenza militare sul territorio cittadino appare in diminuzione - come sembra viste le numerose ed estese servitù militari in stato di abbandono, attorno alle quali già si scatenano gli appetiti della speculazione edilizia privata - in realtà l'intera Emilia Romagna è una regione chiave dal punto di vista delle attività militari, e questo non può essere tollerato. Industrie e cooperative della regione - incluse coop considerate "rosse" come la CMC di Ravenna - svolgono un ruolo vergognoso nella realizzazione di strutture e strumenti di guerra fuori regione, incluse le basi di Vicenza e della Sicilia. Fare la guerra all'estero ha una sola precisa conseguenza per i lavoratori italiani: la delocalizzazione delle imprese nei paesi "conquistati" e l'abbattimento dei salari e dei diritti dei lavoratori del nostro paese. Si pensi alla FIAT e alla OMSA, che si
trasferiscono in Serbia, dopo che quel paese è stato da noi bombardato e soggiogato politicamente ed economicamente. E fare il soldato non è un mestiere come gli altri, e non può essere considerato come un'alternativa alla disoccupazione ed alla precarietà generata dalla crisi
profonda del sistema capitalista occidentale. Analogamente l'addestramento militare non può diventare "materia di studio" da introdurre nella scuola, proprio mentre i finanziamenti all'istruzione e alla ricerca sono tagliati, e il livello culturale della popolazione italiana è soggetto ad un drammatico calo, a causa di politiche mirate all'imbarbarimento dei rapporti sociali, all'impoverimento non solo economico delle classi subalterne ed all'annullamento del dissenso.
In prospettiva, come nodo bolognese della Rete Disarmiamoli, auspichiamo la costituzione di un Coordinamento Cittadino per il ritiro delle truppe italiane all'estero, che si dia come obiettivi prioritari ed urgenti:
. Il ritiro delle truppe dall'Afghanistan
. Lo stop a tutti i progetti di nuove basi militari su territorio italiano e all'ampliamento di quelle esistenti
. Il taglio delle spese militari e la restituzione dei fondi alle politiche sociali: istruzione, sanità, pensioni, lavoro
Rete Disarmiamoli Bologna
Riprendiamo l'iniziativa contro le basi sul nostro territorio e contro le missioni miliari italiane all'estero
Sabato 6 novembre 2010 dalle 9 alle 12 siamo in Piazza Re Enzo
Per dire alla città che la sensibilità antimilitarista è ancora viva, e che occorre continuare le lotte contro le spese militari, contro il rilancio dell'industria bellica, contro la realizzazione di nuove basi e l'ampliamento di quelle esistenti, per il ritiro dei militari italiani all'estero per missioni di conquista neocoloniale mascherate da missioni di pace, per la promozione di autentiche politiche di
pace ed equità tra i popoli, e per restituire alle politiche sociali le risorse sottratte dalle spese militari
Per questi motivi pensiamo che la mobilitazione contro la guerra debba essere rilanciata ed approfondita a livello nazionale, in uno scenario in cui i cadaveri dei nostri soldati continuano a rientrare dall'Afghanistan, come prima rientravano dall'Iraq o da altri contesti, mentre i mass-media complici nascondono all'opinione pubblica immagini e notizie degli uccisi per mano italiana e della NATO su quelle terre.
Pensiamo che Bologna non possa "chiamarsi fuori" da questa mobilitazione anche se la presenza militare sul territorio cittadino appare in diminuzione - come sembra viste le numerose ed estese servitù militari in stato di abbandono, attorno alle quali già si scatenano gli appetiti della speculazione edilizia privata - in realtà l'intera Emilia Romagna è una regione chiave dal punto di vista delle attività militari, e questo non può essere tollerato. Industrie e cooperative della regione - incluse coop considerate "rosse" come la CMC di Ravenna - svolgono un ruolo vergognoso nella realizzazione di strutture e strumenti di guerra fuori regione, incluse le basi di Vicenza e della Sicilia. Fare la guerra all'estero ha una sola precisa conseguenza per i lavoratori italiani: la delocalizzazione delle imprese nei paesi "conquistati" e l'abbattimento dei salari e dei diritti dei lavoratori del nostro paese. Si pensi alla FIAT e alla OMSA, che si
trasferiscono in Serbia, dopo che quel paese è stato da noi bombardato e soggiogato politicamente ed economicamente. E fare il soldato non è un mestiere come gli altri, e non può essere considerato come un'alternativa alla disoccupazione ed alla precarietà generata dalla crisi
profonda del sistema capitalista occidentale. Analogamente l'addestramento militare non può diventare "materia di studio" da introdurre nella scuola, proprio mentre i finanziamenti all'istruzione e alla ricerca sono tagliati, e il livello culturale della popolazione italiana è soggetto ad un drammatico calo, a causa di politiche mirate all'imbarbarimento dei rapporti sociali, all'impoverimento non solo economico delle classi subalterne ed all'annullamento del dissenso.
In prospettiva, come nodo bolognese della Rete Disarmiamoli, auspichiamo la costituzione di un Coordinamento Cittadino per il ritiro delle truppe italiane all'estero, che si dia come obiettivi prioritari ed urgenti:
. Il ritiro delle truppe dall'Afghanistan
. Lo stop a tutti i progetti di nuove basi militari su territorio italiano e all'ampliamento di quelle esistenti
. Il taglio delle spese militari e la restituzione dei fondi alle politiche sociali: istruzione, sanità, pensioni, lavoro
Rete Disarmiamoli Bologna
Iscriviti a:
Post (Atom)