martedì 25 dicembre 2012

Fascisti assassini accoltellano l'ex - Comandante Partigiano "Toscano" a Lucca

Picchiato a sangue il partigiano Lilio Giannecchini

Ferito gravemente e trasferito all’ospedale di Pisa: «Nemmeno i nazisti mi hanno fatto questo». L’ombra di un’aggressione politica

LUCCA. «Quello che non sono riusciti a farmi i tedeschi, me lo hanno fatto gli italiani». Le uniche parole che Lilio Giannecchini, ottantasettenne ex comandante partigiano (nome di battaglia Toscano, a capo della brigata Oreste), per trent’anni presidente dell’istituto della Resistenza, è riuscito a mormorare, con un filo di voce, all’amico Bruno Rossi che lo ha raggiunto in ospedale dopo la barbara aggressione, dopo i colpi ripetuti di bastone sulla testa, di cui è rimasto vittima. Poi è caduto in stato confusionale.
Sono le venti circa di domenica sera quando Giannecchini rientra alla Casa del clero in via San Nicolao, duecento metri in linea d’aria da via Fillungo, un edificio dove vivono sacerdoti anziani e altri ospiti. Giannecchini è uno di loro. Appena varcato l’ingresso del cortile interno dove si affaccia l’edificio si accorge di una presenza. Sono frazioni di secondo: riesce a intravedere un giovane, non molto alto, che gli dice qualcosa, forse lo insulta, e poi sente solo i colpi. Tanti, ripetuti, vergati a tutta forza sul volto, sulla testa, sul collo e sulla bocca. Una scarica che sembra non finire mai.
Trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Campo di Marte, Giannecchini viene sottoposto a tutti gli accertamenti del caso. Ha i denti inferiori completamente spezzati, quattro ferite da taglio sulla testa oltre ad altre ferite minore lacero-contuse. Ma soprattutto la Tac evidenzia un ematoma cerebrale nella zona frontale destra, e per questo Giannecchini viene trasportato nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Cisanello.
Una vicenda sulla quale pesano interrogativi. E cioè se l’aggressione sia stata dettata da unici scopi di rapina o se nasca anche da motivazioni di carattere politico. «Da tempo Lilio vive in un clima ostile – si sfoga l’amico Bruno -, mi ha raccontato di essere stato più volte deriso. E non si è mai ripreso dalla brutta vicenda che lo vide suo malgrado protagonista, quando fu accusato di avere inopportunamente usato il suo ruolo di presidente dell’istituto della Resistenza e per questo sollevato dall’incarico. Anche se poi il giudice lo ha assolto con formula piena». Secondo gli accertamenti dei medici del Campo di Marte, le condizioni di Giannecchini sarebbero gravi anche se non tali, al momento, da pregiudicare la vita.
“Voglio esprimere tutta la mia vicinanza al partigiano Lilio Giannecchini e augurargli una rapida guarigione”. Sono le parole dell’onorevole Raffaella Mariani, dopo aver appreso della barbara aggressione subita da Giannecchini nella serata di domenica. “Un episodio gravissimo, che mi ha profondamente colpita e che merita la più ferma condanna, sul quale auspico si possa fare chiarezza al più presto, individuando rapidamente i responsabili”.
Sinistra Ecologia Libertà di Lucca, attraverso la coordinatrice Margherita Cagnoni, “esprime la sua solidarietà al partigiano Lilio Giannecchini per l’aggressione subita, e invia i suoi migliori auguri per una rapida guarigione. SEL auspica che le indagini facciano piena chiarezza sull’eventuale matrice politica dell’aggressione, in ogni caso frutto di una cultura violenta e della tensione sociale”.
E parole di condanna arrivano anche dal presidente della provincia: “Voglio esprimere – dichiara Stefano Baccelli- la mia solidarietà e vicinanza al partigiano ed ex direttore dell’Istituto storico della Resistenza Lilio Giannecchini e la piu’ ferma condanna della grave aggressione di cui e’ stato vittima. A Lilio Giannecchini auguro la più pronta guarigione, auspicando che venga presto fatta chiarezza sull’accaduto, individuando le cause ed i responsabili di questo vile gesto, un atto barbaro e feroce, ma anche un episodio che scuote le nostre coscienze e il nostro vivere civile.”
fonte: Repubblica.it

Forza Nuova contro Casapound

Estrema destra a Verona, assalti tra ‘rivali’: Forza Nuova contro Casapound

Al centro l’assalto punitivo al circolo Cutty Sark, in cui due persone sono rimaste ferite. Per gli inquirenti i due gruppi si contendono l’egemonia all’interno della stessa area e il movimento di Roberto Fiore avrebbe compiuto l’agguato.
di Emanuele Salvato


Sarebbe una questione tutta interna alla estrema destra i cui esponenti, alla ricerca di voti e consenso soprattutto fra le fasce più giovani della popolazione, stanno dando vita a una “battaglia” senza esclusione di colpi. Questa, secondo quanto riportato dal quotidiano L’Arena, la convinzione dei carabinieri che stanno indagando sull’assalto avvenuto nella notte tra il 17 e 18 febbraio nel circolo Casapound “Cutty Sark” di via Poloni a Verona, durante il quale la sede del locale è stata devastata e due persone sono rimaste ferite. Secondo gli inquirenti gli autori del blitz punitivo a suon di bastonate e pugni sarebbero una quindicina di non ancora identificati soggetti appartenenti al movimento di estrema destra Forza Nuova.
Indagine per niente facile quella che da dieci mesi stanno portando avanti i militari dell’Arma, che si sono dovuti continuamente scontrare con un muro di gomma. Testimoni che non parlano, vittime dell’assalto che minimizzano, nessuna presa di posizione ufficiale da parte del Movimento di estrema destra Casapound. Addirittura se non fosse stato per i residenti vicino al circolo, che hanno allertato i carabinieri svegliati in piena notte da urla e rumori molesti riconducibili alla devastazione in atto ne locale, è probabile che nessuna delle cinque persone all’interno del circolo a quell’ora avrebbe mai denunciato il fatto. Ma proprio questo alone di mistero, questa reticenza a parlare anche da parte di chi ha preso le botte, fin da subito ha fatto affermare agli inquirenti che in quest’episodio c’era qualcosa di strano. Ma come sono andate le cose quella notte di febbraio? Era mezzanotte e mezza.
All’interno del locale di via Poloni c’erano soltanto cinque persone, compreso il barista. Qualcuno suona alla porta e proprio quest’ultimo va ad aprire beccandosi immediatamente un pugno in faccia come biglietto da visita. Messo fuori uso il barista il gruppetto di quindici persone, armato di bastoni e spranghe, entra e inizia a spaccare tutto. A farne le spese, oltre agli arredi del locale, anche due ragazzi presenti al momento dell’aggressione: uno è il barista, che prende un diretto sul volto, l’altro un simpatizzante di Casapound che rimedia una ferita sul collo. Ma nessuno dei due si rivolge al pronto soccorso per farsi medicare. Esaurita la spedizione il gruppetto, senza proferire parola, esce dalla sede e si dilegua nella notte. I pochi testimoni che hanno visto qualcosa parlano di persone con abbigliamenti non riconducibili a qualche formazione politica in particolare. Dopo mesi di indagini i carabinieri, che non hanno mai abbassato la guardia sull’episodio ritenendolo gravissimo e riconducibile a una non ben identificata “strategia della tensione” in perfetto stile anni di piombo, sono arrivati a una prima conclusione: ad entrare in quel circolo e a devastarlo, ferendo due persone, è stato un gruppo di 15 persone appartenenti al movimento Forza Nuova. E ci sarebbe anche il movente. Da parecchio tempo, infatti, i rapporti fra il movimento di Roberto Fiore e quello che si ispira allo scrittore e poeta Ezra Pound, sono tesi e quest’assalto sarebbe un episodio chiave nella lotta per l’egemonia della destra estrema, alla ricerca di consensi soprattutto fra i giovani. Sembra infatti che Casapound stia sottraendo voti e consensi a Forza Nuova. E Verona è un buon bacino di consensi per i movimenti di quest’area. Una conferma ulteriore delle divisioni fra i due schieramenti è arrivata lo scorso primo dicembre. In occasione della visita a Verona del premier Mario Monti, Forza Nuova e Casapound hanno dato vita a due cortei di protesta separati e controllati a vista dalla polizia, preoccupata che i due gruppi neofascisti venissero a contatto. Un altro segnale di tensione che potrebbe portare a nuovi episodi violenti.
Fonte: Ilfattoquotidiano.it

venerdì 9 novembre 2012

DIANA SABBI





Nata a Pianoro il 29 luglio 1922 crebbe in una famiglia di antifascisti.  Nell’ottobre del 1943 entrò in clandestinità come gappista della 62ma Brigata “Camicie rosse Garibaldi” operativa nella valle dell’Idice, sopra Monterenzio.
Quando il comando partigiano decise di spostare le Brigate da Case Vaglie per Case Mosca fu incaricata di recapitare al Comando Alleato un importante documento della massima riservatezza. Con virile decisione e coraggio, abbatté a colpi di pistola due sentinelle tedesche che cercavano di sbarrarle il passo e proseguì fino al compimento della delicata e rischiosa missione.
In ottobre, con l'avvicinarsi della linea del fronte, la brigata venne divisa in due gruppi: uno si dirisse a sud per ricongiungersi con le truppe alleate; l'altro andò a nord per raggiungere Bologna per partecipare a quella che si riteneva fosse un'imminente insurrezione popolare. Diana fece parte di quest'ultimo gruppo e si aggregò al distaccamento della 7a GAP Gianni Garibaldi, che aveva la sua sede vicino al macello comunale a Porta Lame.
Quando i tedeschi circondarono la base, venne mandata, insieme a un'altra partigiana, in perlustrazione con il compito di raccogliere informazioni sullo schieramento nemico; ma nei pressi di Piazza Umberto I furono catturate e rinchiuse in un cortile in Via dei Mille, dal quale alla sera riuscirono a fuggire. Nei giorni successivi, venne impegnata nell'infermeria clandestina di Via Amedeo D'Aosta e in seguito le venne dato l'incarico di mantenere i collegamenti con il Cumer.

Diana venne riconosciuta partigiana con il ruolo di capitano e le fu conferita la Medaglia d'argento al valor militare.

Dopo la Liberazione fu la prima donna eletta nell’amministrazione comunale di Pianoro; nel 1951 divenne dirigente sindacale della CGIL e nel 1956 fu eletta consigliera e assessore alla Provincia di Bologna.
Dal 1990 in poi aveva dedicato ogni sua energia all’ANPI.

Diana Sabbi è scomparsa il 2 febbraio 2005, proprio mentre si apprestava a donare al Comune di Pianoro la Medaglia ottenuta per il suo impegno nella Resistenza.

lunedì 29 ottobre 2012

http://www.youtube.com/watch?v=Si8iuLhTh5M&feature=player_embedded#t=2s


Guardate il filmato, trattenendo i conati di vomito .Non importa quanti sono, importa che siano fuori dalla legge italiana e che nessuno li fermi, nè forze dell'ordine, nè partiti e organizzazioni democratiche e antifasciste .
Si chiama apo...
logia del fascismo : è un reato previsto dalla legge 20 giugno 1952, n. 645 (contenente "Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione"), anche detta Legge Scelba, che all'art. 4 sancisce il reato commesso da chiunque «faccia propaganda per la costituzione di un'associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista», oppure da chiunque «pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche». E' vietato perciò la ricostruzione del PNF e del Partito dei Nazionalsocialisti (ovvero quello Nazista). Ogni tipo di apologia è denunciabile con un arresto dai 18 mesi a 4 anni.

giovedì 25 ottobre 2012

Atos Benaglia ha condiviso la foto di Ivano Tajetti.
Ora basta, faremo ancora di più: chiederemo un incontro al Ministro degli Interni, anche sulla base del documento del 25 luglio scorso redatto con l’Istituto Alcide Cervi, proporremo un incontro con l’ANM per verificare il livello della sen
sibilità della magistratura sull’applicazione della normativa vigente, a partire dalla legge “Mancino”; e pensiamo di realizzare una iniziativa di forte respiro a livello nazionale, per ottenere un serio impegno antifascista e democratico, da parte di tutti, Istituzioni, autorità pubbliche e cittadini".

Carlo Smuraglia
Presidente Nazionale ANPI
MANIFESTAZIONE NAZIONALE ANTIFASCISTA... senza aspettare il 25 aprile..!

giovedì 27 settembre 2012

COMUNICATO STAMPA

La sezione A.n.p.i. Franco Bonafede di Pianoro (BO)
esprime sdegno e rabbia per la "tournée neofascista" intrapresa da Forza Nuova in molte grandi città del Paese .
Sdegno per i rigurgiti violenti e l'ideologia aberrante perseguiti da Forza Nuova, gruppo politico a cui avrebbe dovuto, da tempo, essere imposto lo scioglimento e la messa al bando immediata, per apologia di fascismo e comportamenti razzisti .
Rabbia per l'assordante silenzio delle Istituzioni con cui vengono accolti episodi come questi e troppi altri, sottovalutati e nascosti alla pubblica conoscenza e opinione .
L'A.n.p.i. di Pianoro accoglie e fa proprio il grido di allarme dell' A.n.p.i. di Rimini, dei Presidenti regionali e di quello nazionale e aderisce alla mobilitazione antifascista del 29 settembre .
L'A.n.p.i. di Pianoro si appella altresì alle forze politiche eredi di quello che fu "l'arco politico democratico e Costituzionale" affinché si mobilitino assieme all'A.n.p.i. per difendere i Valori della Costituzione nata dalla Resistenza e garantirne l'applicazione .
Ora e sempre Resistenza .

Segreteria A.n.p.i. di Pianoro

sabato 5 maggio 2012

67° anniversario Caduti di San Ruffillo


Oggi sabato 5 maggio alle ore 10 presso la stazione ferroviaria di San Ruffillo avrà luogo la commemorazione dei Caduti di San Ruffillo Saluto della Presidente del Quartiere Savena Virginia Gieri ed interventi di Marco Prandelli Assessore Provinciale e di Stefano Reggiani Sindaco di Castelfranco Emilia.



Nei giorni seguiti all’armistizio dell’8 settembre 1943, la stazione ferroviaria di San Ruffillo lungo la linea detta Direttissima che collega Bologna alla Toscana, rappresentò un punto di riferimento per i militari sbandati che trovarono l’appoggio dei ferrovieri, i quali si impegnarono a bloccare i convogli carichi di soldati catturati e diretti in Germania, a fornire indumenti civili ai militari e a nascondere le armi poi dirottate verso le formazioni partigiane. Inoltre gli antifascisti e i cittadini del Pontevecchio accompagnavano gli sbandati a San Ruffillo perché potessero partire e allontanarsi da Bologna in modo da sottrarsi alla cattura da parte nazista. In seguito la piccola stazione rappresentò un luogo di incontro per chi decideva di entrare nei gruppi di resistenti dislocati sull’Appennino bolognese o per chi doveva collegarsi con il movimento cittadino.

Negli ultimi mesi di guerra San Ruffillo, ormai piuttosto isolata dal resto della città a causa di bombardamenti e cannoneggiamenti e dello sfollamento, divenne teatro di una serie di fucilazioni di massa effettuate per ordine del comando SS di Bologna: tra il febbraio e il marzo del 1945 più di 90 detenuti politici reclusi nel carcere di San Giovanni in Monte furono qui fucilati e gettati nei crateri aperti dalle bombe alleate. Altri 39 uomini rinchiusi a San Giovanni in Monte perché vicini all’antifascismo e alla Resistenza furono prelevati dal carcere con modalità analoghe nell’aprile 1945 e da allora risultano dispersi. Con ogni probabilità hanno subito la medesima sorte dei fucilati a San Ruffillo e sono stati uccisi in un luogo o in più luoghi non lontani dalla stazione, rimasti ignoti. Secondo un’ipotesi plausibile almeno parte dei corpi sono stati ritrovati nella località Il Pero a Rastignano lungo la ferrovia.

Le fucilazioni coinvolsero partigiani e antifascisti di Bologna, Imola, Castelfranco Emilia (Modena), Malalbergo e di altri comuni della provincia di Bologna. Un gruppo proveniente da Bondeno (Ferrara) uscì dal carcere per essere condotto a morte ad aprile del 1945. Nella vicina piazza Caduti di San Ruffillo nel 1967 è stato collocato il monumento che ricorda la strage in sostituzione di quello eretto nel 1946 sul terrapieno della ferrovia. Il cippo intende ricordare tutti i fucilati tra febbraio e aprile del 1945, sia quelli ufficialmente ritrovati a San Ruffillo sia coloro che risultarono dispersi, come lascia intendere il riferimento, sovrastimato, a 107 sconosciuti: sui suoi lati compaiono 83 nomi e l’epigrafe «Da queste fosse rosse di sangue risuona la voce dei partigiani trucidati dai nazifascisti ad ammonire i vivi che non c’è civile grandezza senza libertà ed amore».